Una cattedrale di Standard e Real Book si erge potente e fiera tra le note del capolavoro di Davis. E’ dalla scoppiettante Meter Maid in poi il Henderson si scalda realmente. La scaletta è una work in progress. Dopo ogni pezzo il chitarrista americano si volta per sussurrare il prossimo pezzo ai due musicisti che lo accompagnano. John Humphrey al basso è una specie di brizzolato Sting, con un bel po’ di centimetri di capelli in più, ma con un’aria da motociclista e alla batteria Alan Hertz sembra uscire direttamente dalla generazione X di Seattle, ma anch’egli con più cuore al là Route 66.
Il chitarrismo di Henderson è allucinatamente istintivo. Spesso con un suono spigoloso, torna ad un interessante primitivismo trasformando anche il tenere il tempo in una personale interpretazione. Contorto, il chitarrista nato in Florida cinquantaquattro anni fa, aggira le scale, possiede le singole note plasmandole a suo piacimento, soffiando nella loro ampiezza, dilatandole o spegnendole, sempre con una grandissima riverenza delle note stesse. Smonta e rimonta le armonie. È un vero e proprio chitarrista cubista. La leva è perennemente un’estensione delle dita della mano destra. Nulla è mai scontato. Henderson sciorina chiaramente le sue insistenti teorie sulla musica intesa come frase parlata, lessico formato da note e pause. Un chitarrismo veramente grondante di stili, impostato duramente fin laddove ben pochi chitarristi avrebbero il coraggio di arrivare. Il Delay è perennemente presente, senza essere invadente, ma quanto basta per spingere quel suono di chitarra da cristallino ad esploratore dei sensi. Negli esperimenti robotici che così tanto appartennero ai Tribal Tech, i suoni effettati sono di un futurismo così anni Ottanta da svelarsi piacevolmente retrò. I suoi vibrati, i suoi bending, sono sempre tunnel emozionali che nemmeno lui sa dove potranno portare.
Dove le dita di un chitarrista fanno rivivere Coltrane, lì comincia Scott Henderson.

Quando non suona Blues, la sua forse subconscia complicatezza emotiva non è semplice da seguire. Le improvvisazioni lunghissime e portate fino ad ampie vette rivelano un lato psichedelico che non fuoriesce dal Blues in studio degli ultimi anni. Quando Humphrey ed Hertz, di un grande energia portante, tessono tempi dispari, riportano dritti alle scorribande Fusion degli anni ‘80.
Il set principale è chiuso da una splendidamente funambolica Dolemite. Blues assolutamente meraviglioso. Gli assoli sono una lunga cavazione dell’armonia che attente l’affondo finale.
Nel lasso di una serata, ci si rende appieno conto che Scott Henderson è, come la sua musica ampia ed espressionista, una presenza davvero surreale. E’ in realtà di una timidezza che nella sua apparente strafottenza non si direbbe mai, sempre curvo e poco aggraziato. Completamente, completamente assorto nel suo strumento. A poco a poco comincia a confabulare con la gente, sorride, spiega, promuove l’album.
Quando durante il bis Hole Doggin’ la gran parte del pubblico sta abbaiando in citazione ai versi di cane presenti sulla versione in studio del pezzo (Da Dog Party, per l’appunto), il livello di surrealità ha assolutamente raggiunto vette abbastanza inarrivabili.
Stringendogli la mano nel dopo concerto, faccia a faccia con la sua gentilezza disordinata e sorridente, ricorda un po’ Pippo di Disneyniana memoria. Ora tutto si chiarisce. Scott Henderson non è arrogante, è solo impacciato. Un attimo è caloroso, l’attimo dopo è timoroso, un attimo sorride ai suoi musicisti, l’attimo dopo li affronta musicalmente. La prerogativa è sempre quel tocco. Quel tocco veramente meraviglioso. Spiace per la poca durata dello show, finito pressappoco alle dieci e mezza, ma alle undici il trio sarà di nuovo sul palco per un nuovo spettacolo.
Quel basso soffitto con quella vetrata curiosa in mezzo, mi affascina. Chissà se le persone che hanno la possibilità di affacciarsi a quelle finestre che ci scrutano possano immaginare la strana situazione.
Un buffo chitarrista a metà tra un venditore ambulante e un bagnino poco allenato, gioisce divertito mentre il suo tocco vagamente onirico e fortemente allucinogeno scandisce le pause per far abbaiare un locale intero.
Edoardo Frasso
scott
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play loud!!!
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Blues is easy to play, but not to feel.
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SCOTT=UN MITO
i cani
Adorazione
Una rivoluzione senza un ballo è una rivoluzione c
Moderno
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uno dei miei preferiti
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Fantastico
Aldo
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Hertz
innanzitutto voglio