C'era una volta Ry Cooder

di smacchia - accordiano #11000 | 30 June 2008 @ 09:26 |
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Nei giorni scorsi è stato pubblicato l’ultimo disco di Ry Cooder, intitolato “I, flathead”. Con questo lavoro – secondo quanto si legge un pò pomposamente sulla stampa specializzata - – il chitarrista di Santa Monica chiude la trilogia dedicata alla California. La trilogia iniziò nel 2005 con “Chavez Ravine”, un disco interamente dedicato alla scomparsa, avvenuta nella metà del secolo scorso, dell’omonimo quartiere latino di Los Angeles, demolito dalle ruspe al fine di permettere la costruzione di uno stadio per il baseball; è proseguita nel 2007 con l’uscita di “My name is Buddy”, dedicato ai lavoratori della California dell’inizio del secolo scorso e ai valori – ormai perduti - di solidarietà e di umanità da loro incarnati. E oggi si chiude con “I, flathead”, anch’esso ambientato nella California degli anni cinquanta, dove automobili, lavoratori, politica e fantascienza si mescolano nelle storie delle canzoni. Per questo progetto Cooder si è cimentato anche come scrittore di un racconto lungo che si accompagna al disco.

Dal punto di vista musicale quest’ultimo lavoro riporta Ry Cooder alle origini o quasi della sua carriera: i generi del blues, del folk, del rock, del country, del jazz e del tex-mex ritornano prepotentemente alla ribalta. Il disco – bisogna dirlo subito – risulta più “accessibile” rispetto ai due lavori che lo hanno preceduto: i pezzi scorrono abbastanza agevolmente e non risentono troppo del fatto di appartenere ad un concept-album. Cooder è autore di tutte le canzoni e canta onorevolmente in quasi tutti i brani.

Il disco però mi pare deludente: come nei suoi due lavori precedenti, non c’è nulla di memorabile, nemmeno dal punto di vista chitarristico. Memorabile – preciso - nel senso letterale del termine: le canzoni di “I, flathead” si dimenticano velocemente e senza tanta nostalgia. Tutto sembra già sentito troppe volte e tutto si ripete stancamente senza sussulti e senza meraviglia, nemmeno laddove Cooder fa il verso al grande Merle Travis.







Cooder – come è noto – non è mai stato un grande autore di canzoni, né un eccelso cantante; la sua forza era quella di saper maneggiare con grandissima abilità il repertorio della grande tradizione musicale americana. I dischi da lui pubblicati negli anni settanta sono quasi tutti capolavori, pur essendo - per la maggior parte – riproposizioni di brani e di musiche di altri. Ma in essi c’erano un’intensità ed una consapevolezza, unite ad una cura certosina del dettaglio musicale, che oggi purtroppo mancano. La riuscita musicale dei suoi lavori non sembra più essere la preoccupazione principale di Cooder: adesso gli importa di più il progetto del disco e l’idea letteraria che gli sta dietro. E’ diventato – insomma - un autore. E come autore – anche letterario – vale quel che vale.

Risorse
La recensione su Rolling Stone
La recensione sul Guardian



Tutti i commenti

  • sono d'accordo: chav
    di denzelsavington - accordiano #4087 | 30 June 2008 @ 21:59

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