Il sentimento della musica esiste? Indubbiamente deve essere così, altrimenti questa forma di espressione artistica non sarebbe mai attecchita nel terreno dell’umanità, e tantomeno l’avrebbe fatto così presto, cronologicamente. Se vogliamo il sentimento della musicalità, nasce nel ritmo, o forse nei suoni della natura, sta di fatto che le vibrazioni aeree, che noi oggi chiamiamo musica, compenetrano l’uomo dal primo giorno della sua esistenza sul pianeta, o almeno della sua esistenza cosciente.

Parlo di “Sentimento della musica” non a caso: il termine che in filosofia si usa per definire la disciplina che studia la musica, assieme alle altre forme di espressione artistica è propriamente “aisthesis”, o meglio sensazione, senso, sensibilità, dal quale deriva il termine più moderno di “Estetica”. La facoltà del nostro essere che si occupa della musica, del modo in cui la percepiamo è il “senso”, nella fattispecie l’udito. Questo prima conquista avvicina il “sentimento della musica” alla fisica, poiché com’è noto, il suono è una vibrazione aerea che è recepita da una particolare membrana posta all’interno del nostro orecchio tramutata, poi, in stimoli elettrici. Questa complessa traduzione della vibrazione in elettricità è ciò che accade nel momento in cui si percepisce della musica: una serie di vibrazioni aeree, prendono forma - oserei dire sempre e solo - all’interno di noi individui pensanti e delle nostre capacità mentali.
Tuttavia nella mia riflessione, mi sembra ovvio che sebbene il suonare, l’atto, non sia altro che qualcosa di materiale, questa attività non riesce ad essere limitata all’aspetto meccanico: l’essenza delle persone che suonano, e ancora di più di quelle che si definiscono come “artisti”, pare giacere in un mondo completamente più vasto e complesso di quello della materialità fisica. Qual’è allora il dominio del Sentimento della musica? Se esso non è solo materia e vibrazioni, cosa contiene? Per provare ad avvicinarmi verso una parziale risposta, che mai potrà essere seriamente esaustiva, voglio chiamare in causa due uomini vissuti duemila e più anni fa, che dell’arte avevano un’idea diversissima tra di loro, e che di certo non immaginavano fin dove si sarebbe evoluta la musica, e assieme ad essa l’uomo: Platone e Aristotele.
Il primo, possiede di certo un’idea tutt’altro che buona dell’arte, e anzi pensa che la poesia, così come la pittura d’imitazione (il trompe l’oeil che all’epoca era stato già inventato attraverso la conquista di alcune tecniche pittoriche), debbano essere eliminate dal “curriculum studiorum” dei cittadini addetti alla gestione della polis, poiché dannose e molto lontane dalla verità. Nel cosmo duale Platonico, dove il mondo che riconosciamo immediatamente come reale si rivela in realtà copia di un mondo perfetto esterno ed “altro” rispetto alla nostra convinzione (Iperuranio), l’arte imita le immagini della natura e crea una copia di copia, un terzo livello di lontananza dal reale.
Ma! C’è un “ma” essenziale nella riflessione Platonica di cui mi sembra importante parlare. Il Demiurgo, il Dio che nella cosmologia Platonica si occupa di “informare” la materia informe, modella questo cumulo di potenzialità caotica proprio per “imitazione”: il Dio pensa le idee nella sua mente perfetta, e crea di conseguenza il mondo su quel modello. Questa spicciola descrizione della dottrina delle idee e della cosmologia Platonica, (per dovere preciso che quest’ultima parte fa riferimento anche ad una lettura più recente di Platone, a cura di Plutarco) è necessaria per offrirvi una riflessione e una serie di domande: mettendo le mani sul nostro strumento, cos’è che facciamo nel momento in cui cerchiamo di comporre un qualcosa, quando, dunque, ordiniamo una serie di suoni, se non imitare una nostra idea mentale e svilupparla attraverso una forma di espressione che è secondaria al nostro linguaggio, ma che è preferibile per la sua forza espressiva? Un brano musicale non è forse la “traduzione” di un altro brano musicale che giace nella nostra mente? Allora all’origine della creazione musicale forse, si trova la mente: un’idea che giace nella nostra mente. Un’idea spesso oscura della quale è difficile disegnare i contorni, che non necessariamente deve rispondere a delle regole stabilite, anzi spesso non lo fa, ma ne crea di nuove con il suo stesso esistere.
Questo è ciò che spesso mi è capitato di pensare ascoltando un qualunque brano musicale dotato di un particolare interesse. V’è sicuramente negli artisti che hanno composto un’opera d’arte, a mio modo di vedere, il “genio”: questo demone buono, che crea le regole del gioco a cui sta giocando nel momento stesso in cui vi prende parte, e che diventa esemplare per tutte le persone che di lì a breve si troveranno ad apprezzare tale forma di creazione. Allora forse potrei azzardare, e sostenere di aver individuato una caratteristica del “sentimento musicale”, una di quelle che cade nel suo dominio: l’abilità di riconoscere una certa “genialità” all’interno delle persone che hanno composto un brano musicale. Così facendo doniamo all’artista che ha composto tale composizione lo status di “privilegiato”: egli è stato in grado di generare dentro di sé un’idea peculiare, unica, dotata di regole tutte sue, e ha posseduto - forse possiederà per tutta la vita - la capacità di tradurre quest’idea unica in un linguaggio dotato di una forza espressiva maggiore di quella linguistica.
Un altro tratto che cade nel dominio del sentimento musicale, lo prendo in prestito da Aristotele. Egli è molto più generoso nei confronti dell’arte rispetto al suo maestro,: l’arte possiede una capacità “catartica”. La “catarsi” è purificazione dell’anima dalle passioni troppo intense. Aristotele sta pensando alla “tragedia”: questa forma di recitazione portava la passione eccessiva dell’animo umano in scena su di un palco, i cittadini che vi assistevano, osservando questa rappresentazione s’immedesimavano nelle sensazioni esagerate che lì venivano interpretate dagli attori, e dunque, trasferivano il loro vissuto sul “vissuto illusorio” dei teatranti. Attraverso questo “transfert” simpatetico, il pubblico intento alla partecipazione emozionale nella tragedia, finiva per prendere le distanze da quelle passioni eccessive che vi erano rappresentate, e che, infine, costituivano parte di loro stessi. Così facendo il loro animo diveniva più leggero: purificato.
Una domanda nasce all’interno della riflessione: non è forse questo ciò che accade a noi suonatori nel momento in cui abbracciamo il nostro strumento e suoniamo? o a noi stessi ascoltatori quando riusciamo ad immergerci in un brano musicale? Non succede forse che il nostro vissuto improvvisamente diventa parole e musica, o musica soltanto, e che le nostre passioni, i nostri pensieri, si intrecciano con quelle che hanno ispirato un pezzo, o che noi abbiamo intravisto in quel brano? Non è forse vero che c’è una catarsi in noi, nel momento in cui piangiamo o gioiamo, ascoltando o suonando un brano? A volte sembra quasi che il nostro vissuto entri nel mondo etereo di quelle magiche vibrazioni, e da qui ne esca diverso, mutato, e purificato.
Questi sono solo due esempi, di quell’intreccio che a mio modo di vedere è sempre profondo tra la musica, la nostra amata musica, e l’arte e la filosofia. Ma ce ne sono infiniti altri, che molti di voi conoscono, e molti di voi hanno creato dal nulla validi ancor di più di questi che ho evidenziato.
Ho scritto questo articolo con la voglia di riflettere, e di far collimare le due più grandi passioni della mia vita, la filosofia e la musica: di creare uno spunto di riflessione, che mai potrebbe essere meno esaustivo, ma che comunque costituisce un qualcosa, seppure piccolo. Un ponte tra due mondi che magari si pensano distanti, quello del pensiero e quello della musica. Con la speranza di poter essere arricchito da questa grande comunità virtuale, di poter creare, senza troppe pretese un piccolo “simposio” dove ognuno possa esprimere ciò che per lui significa “sentire la musica”, avere un sentimento di qualcosa di sempre aleatorio, ma di così terribilmente importante e essenziale nella nostra vita. Di uscire fuori da questa pagina virtuale, arricchiti, più sazi di prima, più desiderosi di saperne di più.
Fa gola il Bugera, eh?
bella accoppiata musica e filosofia!
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Vi siete dimenticati di Pitagora
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hai ragione