
“Ciao, Paolo”
“Piacere, Guido”
“Mi serve un chitarrista.”
“Eccomi qui. A quando le prove?”
“Ti chiamo quando so qualcosa di preciso. Ciao”
“Ciao”

E’ andata più o meno così, qualche tempo fa, quando un’amica che lavora nel mio ente mi presentò ad un suo collega, solamente perché suonavamo tutti e due. Lui ha circa cinquant’anni, e da una vita suona cover rock e blues con una band di amici più o meno coetanei. Io di anni ne ho circa trenta, ma oltre al rock pesante amo molto anche il blues, e vengo reclutato.
L’ensemble, dopo avere subito vari avvicendamenti, è composto da voce, tastiere, basso, batteria. Facciamo qualche prova, e mi diverto tantissimo: dentro questi cinquantenni c’è rock da vendere: groove, voglia di divertirsi, autoironia, e, non guasta, una solida esperienza. La scaletta mi piace: classiconi blues, rock e soul, prevalentemente anni ’70. quanto pesa io fatto che abbiano vent’anni più di me? Poco. Anzi, questi signori, con il loro corredo di vissuto, di storie, e di passione per la musica, non hanno nessun bisogno di atteggiarsi, di recitare una parte.
Il mio suono generalmente è molto heavy, dipendentemente dal fatto che suono da sempre in gruppi decisamente hard-rock oriented, nella classica formazione basso-chitarra-batteria; con questa band, invece, non necessito di humbucker ultra-potenti, di manici piatti, di tasti enormi e di tremende saturazioni, e opto per un equipaggiamento minimale: due overdrive, un booster ed il wha. E mi rendo conto che ogni chitarra, ora, a suo modo, andrebbe bene; ognuna, con le sue peculiarità, si ritaglierebbe il proprio spazio. Finalmente posso concentrarmi sullo strumento, sulla dinamica, sul tocco: suono pulito per l’ottanta per cento del tempo. La prima prova la faccio addirittura con la tele Jim Reed con i P-90, pagata 210 euro. E ci sta. E’ tagliente, tende ad saturare il combo Fender valvolare che la sala prove mi dà in dotazione, ma con una brillantezza sconosciuta agli humbucker.
Durante la prova successiva, con la Strato equipaggiata con i single-coil Bill Lawrence, ho un orgasmo sonico: esce nel mix globale del gruppo con una prepotenza che nei primi test fatti su di lei non avevo percepito. Col booster davanti ,poi, è uno spettacolo: tagliente col pick-up al manico, rotonda con gli altri due. Sciorino i pezzi che forse ho studiato con troppa fretta, e non sono assolutamente esente da errori: qualche brano lo conoscevo già, molti altri no, e da un mesetto sono immerso nella musica di artisti che hanno il lasciato il segno nella storia quando io dovevo ancora nascere. Ma ai miei sodali non importa molto; con un po’ di pazienza verrà il momento delle progressioni di accordi perfette, delle scale precise precise e del timing al nanosecondo.

Adesso, mentre passeggio, penso a tutte le chitarre del mondo. Se mi fossi tenuto la Tele? Se avessi una diavoletto, una White Falcon? Cosa potrei fare con in braccio una Teisco, o una Mosrite? Che suono potrei tirare fuori da una Rickenbacker, da una PRS? Penso al suono dei grandi miti del passato, al loro mood, ai fraseggi che si fondono con il basso che scandisce gli ottavi. In quel passaggio i P-90 della Les Paul Junior sarebbero la morte sua, e riuscirei a spremere tutta la sua riserva di sustain… Per suonare Mustang Sally una 335 sarebbe l’ideale.
E penso a quel combo in tweed con i tre coni da 10”, a quella testata coperta di tolex verde, agli amplificatori inglesi in classe A. A quel meraviglioso stack artigianale italiano di cui ho letto su questo sito, a quella testata da 100 watt che ruggisce sotto gli attacchi di Pete Townshend.

Poi i sogni si scontrano con la vita reale, ma non è un risveglio doloroso. Alla fine, anche se non ho una fuoriserie in garage ed uno stipendio da dirigente, la vita mi sta dando abbastanza. E ritorno contento a svisare sulla mia Kramer coreana, sul divano, davanti al televisore, incurante del fiume di radiazioni tossiche che la scatola luminosa davanti a me sta irradiando sul mondo. Un giorno come altri torno al lavoro: dentro l’ascensore i colleghi assonnati mi sorprendono a canticchiare il ritornello di “Heard it through the grapevine” e mi guardano un po’ straniti.
Il lavoro è un passatempo.
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Felice Malinconico
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Non mi sento piu' solo
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