Hendrix tribute con Richie Kotzen e Uli Roth

di gvezoli - accordiano #4748 | 08 December 2008 @ 15:18 |
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Ecco al Legend 54 di Milano, l'atteso concerto di due mostri sacri della sei corde: Richie Kotzen e Uli Roth alle prese con un repertorio classico della chitarra elettrica quale quello di Jimi Hendrix. Accompagnati dalla sezione ritmica di Ligabue : Rigo Righetti (basso) e Robbi Pellati (drums) i due chitarristi, assai diversi nello stile e nel suono, hanno diviso il set in due parti svolgendo poi una breve jam nel finale. Ha iniziato Kotzen che, parecchio caricato e con due occhi febbricitanti, ha mostrato i suoi lati migliori (quelli musicali) ma anche quelli più discutibili (umani) .

Sul piano musicale è emersa sia la sua grandezza che la sua fragilità. Grandezza, perché da una parte ci ha regalato fatica e sudore e momenti molto ispirati, caratterizzati sia da teso e parossistico nervosismo che da melanconico lirismo, e dall'altra fragilità nella ripetizione di fraseggi o di lick troppo semplici per uno come lui o nell'uso degli scontati scimmiottamenti delle performances di Hendrix suonando in ginocchio o con la chitarra (una strato bianca come quella di Jimi) tra le gambe! Rimane certo un grande, anche se sono sempre più convinto che l'abbandono della carriera di chitarrista solista lo abbia fatto regredire sul piano creativo strumentale. Così alcuni momenti sono stati veramente eccezionali: da pelle d'oca l'intro lenta di Hey Joe o lo stranissimo arrangiamento gospel reggae di All along the Watchtower , mentre altri (pochi per fortuna) sono stati meno interessanti . Ha cmque mostrato quanto sia enorme il suo patrimonio chitarristico nel fraseggio e nell'improvvisazione che, data l'occasione, ha limitato ai generi rock blues con qualche codata nel funky. Il suo suono era pulito e grintoso , senza effetti e ben sostenuto dalla sua Cornford Signature head . Bravissimo è stato nel cantare perchè ha sviluppato quasi tutti i pezzi con una voce e uno stile afroamericani dai costanti riferimento gospel , quasi avesse voluto rendere omaggio al mondo da cui proveniva il grande Jimi.

Alcuni passaggi vocali sono stati eccelsi sia nel timbro che nella tecnica , inoltre ha fatto molti passaggi e soli in skat, mostrando tutta la sua abilità nella coordinazione orecchio mano. In generale la sua è stata una inusuale interpretazione personale del mondo di Hendrix che è stata apprezzata dal numeroso pubblico. Meno accattivante è stato il suo rapporto con la gente dato che ha fatto sempre i cavoli suoi, isolandosi nell'angolo del fonico per tutto il set di Jon Roth e andandosene subito dopo la jam finale senza nemmeno partecipare ai bis. L'impressione che ne ho avuta è che sia ammalato di divismo.

Uli Jon Roth lo definirei un vecchio saggio della sei corde, sia per lo sguardo benevolo (quasi celestiale , se penso ai suoi occhi azzurri , ai ripetuti suoni dolci ed aerei, alle sue maniere delicate e alla voce un po' effeminata) sia per il suo modo di suonare rispettoso della tradizione e ricco di riferimenti al passato (oltre a Hendrix, ai Pink Floyd, Santana e al vecchio blues) . Meno grintoso e poetico di Kotzen e più ligio agli originali (bellissime Little Wing e Bold as Love ), ha mostrato perizia e instancabile passione nel suonare , ma minore cura del suono ,spesso sporco ,troppo riverberato e innescato (a volte friggeva) nei due marshall . Umile e professionale , si è fermato da solo a concedere i bis alla fine del concerto. Grazie Uli, bella serata!!!

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