

Gli Afghan Whigs esordiscono nel 1988 col disco Big Top Halloween. Si tratta di un lavoro autoprodotto dal suono graffiante, rumoroso non si ha mai la sensazione di pulizia tutto è po’ sporco, grezzo. I ritmi sono andanti veloci ma non eccessivamente, la voce di dulli non è delle più delicate e nei ritornelli spesso distorce, le chitarre si dividono i compiti sempre in maniera omogenea dove la solista si sente sempre nitida mentre la ritmica sotto è sempre un sottofondo che crea disordine nella canzone. Attenzione non intendo dire che era meglio con solo una chitarra, anzi questa sorta di rumore di fondo è tipico degli Afghan Whigs.
L’album non è il migliore del gruppo (almeno a mio giudizio) ma si lascia ascoltare i pezzi scorrono via piacevoli. Gli afghan suonano un rock più o meno contaminato ma non troppo pesante, e inseriscono bei stacchi in ogni canzone anche se qualcuno potrebbe risultare scontato. La qualità dei brani è piuttosto omogenea ma volendo segnalare qualche brano spendo due righe per “But listen” e “Life in a day”. La prima è una ballad che esce fuori dagli schemi di un album votato a far pogare, dalla buona dimensione live, mentre la seconda è una canzone breve di appena due minuti dal ritornello facile che fa venire voglia di cantare. Unico appunto che mi sento di fare è che avrei preferito un album un po’ più breve perché proprio a causa dell’omogeneità che regna nell’album si arriva alla fine un po’ “stanchi”.
Nel 1990 escono con Up in It . Il disco è la naturale continuazione del primo ed è prodotto da una piccola casa discografica. La pasta sonora ne guadagna in pulizia, anche se le sonorità sono sempre il loro grezze, il cantato sempre sulla linea confine del rauco, e le chitarre sempre sporche e leggermente caotiche. Alcuni pezzi sono addirittura riproposti, e quindi ancora pezzi veloci grintosi e in qualche modo sofferti, come un misto tra giunge e punk. Da segnalare “Son of south” un pezzo tipicamente “sudista” (passatemi il termine) che spezza l’andamento di un album altrimenti troppo monotono, perché anche questo come il primo alla lunga un po’ stanca, ma tra un brano più intrigante ed uno un po’ meno scorrono via piacevoli, in attesa di ascoltare album ancora più maturi.
Terzo album nel 1991: Congregation. Le atmosfere iniziano a raffinarsi, anche se lo stile rimane riconoscibile. Il terzo brano “turn on the water” è fra i più riusciti, caratterizzato da un particolare uso del wah che sarà presente anche nei pezzi successivi. “Conjure me” “kiss the floor” “this is my confession” e “Dedicate it” si lasciano ascoltare in linea con i pezzi precedenti, mentre forse qualcosa di più è presente nel brano che dà il nome all’album, che presenta una melodia particolare per le sonorità della band. La cover “the temple” che bene si adatta allo stile di Dulli e del suo gruppo e che viene interpretata con molta personalità. Il tutto si chiude con le ballad “Let me lie you” e “tonight” L’album, che sembra superiore ai precedenti sia come qualità sonora sia come varietà e testimonia una crescita artistica della band. Ultima chicca per chiudere, un EP uscito nel 1992 “uptown avondale” composto solo da cover :“di freda payne, percy sledge, Supremes e Al Green.

Grande Dulli! Io lo
"Non suonare quello che c'è... suona quello c
appunto
Concordo...
gentleman
qui per sognare mi tocca dormire o solamente suona
afgan whigs e altro
<p>
--</p><p>La mia musica è una sorta di blues.
Grande band
www.myspace.com/theorangebeach
www.myspace.com/pao
Re: Grande band
"Non suonare quello che c'è... suona quello c
Re: Grande band
www.myspace.com/theorangebeach
www.myspace.com/pao
beh..
anche io lo adoro