Dopo il mio primo articolo su Roberto Reani e le sue lap steel artigianali mi ero riproposto di far visita a Roberto nel laboratorio che stava allestendo, per pubblicare una sorta di reportage con intervista. Proprio l’allestimento del laboratorio, combinandosi con altri impegni di entrambi (ultima in ordine di tempo l’intenzione di Roberto di preparare alcuni strumenti da esporre a Sarzana) ha fatto sì che la visita che sembrava imminente sia stata più volte differita. Oggi finalmente mi è stato possibile incontrare Roberto, reduce da Sarzana, e soprattutto provare quattro dei suoi strumenti.

Si tratta di chitarre hawaiane acustiche in stile weissenborn, molto simili tra loro per tipologia e forma, ma che differiscono in maniera anche rilevante per particolari strutturali o estetici che determinano il carattere di ognuna: è importante sottolineare questo aspetto perché è quello che fa la differenza tra la chitarra semplicemente fatto a mano e quello davvero di liuteria, nella quale l’artigiano interviene su tanti piccoli particolari per creare uno strumento unico, che sia quanto più possibile vicino alle esigenze del committente o all’idea del costruttore stesso.
Devo premettere che anche sulla lap steel le regolazioni sono essenziali e la suonabilità può essere più o meno buona, sia pure valutata con criteri diversi da quelli che useremmo per una chitarra vera e propria. Qui conta la spaziatura delle corde, abbastanza ampia da consentire l’uso di fingerpicks sulla mano destra, la visibilità dei tasti intarsiati, l’action non troppo alta (problemi di intonazione suonando “a vista”) né troppo bassa (rischio di toccare il legno con la barra): in tutti e quattro gli strumenti provati la suonabilità era ottima (cosa che non si può dire di altre lap steel elettriche ed acustiche, artigianali e non, che mi è capitato di provare).
Il primo strumento provato è la riproduzione di una Weissenborn style 1, caratterizzata da un’estetica essenziale, priva di binding; si discosta dal modello di riferimento solo per l’intarsio della rosetta intorno alla buca realizzato in faggio “spalted”, l’intarsio è ben realizzato e conferisce allo strumento una certa originalità, più dei classici, semplicissimi anelli in acero tipici della Style 1. Nonostante la finitura richiami il modello di Weissenborn più semplice ed economico è interamente realizzato in legno massello di koa (una varietà di acacia tipica delle Hawaii, ormai molto rara) figurato di ottima qualità. Roberto mi spiega a questo proposito che la qualità e quantità della decorazione non vanno di pari passo con la qualità dei materiali con i quali lo strumento è realizzato, come invece accade sugli strumenti di produzione industriale, per cui è possibile ordinare una style 1, completamente priva di decorazioni, ma realizzata con koa fiammato “master grade”. Il ponte, con la tipica sagoma Reani ispirata ad una delle forme usate da Weisenborn riveduta e corretta a fini estetici e funzionali (i ponti delle vere Weissenborn non brillano per precisione e simmetria), è in ebano, con inserto in osso come in osso è il capotasto; la tastiera è in un koa incredibilmente marezzato, nel quale le diverse colorazioni del legno sotto il sottile strato di vernice lucida formano figure che sembrano quasi tridimensionali. Lo strumento, come gli altri, è lucidato con vernice alla nitrocellulosa applicata a tampone e monta meccaniche aperte Grover sta-tites, che uniscono un’estetica decisamente vintage a caratteristiche tecniche moderne.
Ho provato la chitarra con normali corde phosphor bronze 13/56 in accordatura di RE maggiore, con e senza fingerpicks e l’ho sentita suonare da Roberto in SOL maggiore. Il suono è aperto, profondo e squillante allo stesso tempo, con un attacco deciso ed una brillantezza che ne permette l’uso a dita nude (alla Ben Harper o Don Rooke) senza perdere più di tanto in presenza e attacco. I bassi sono sempre nitidi, gli acuti mai metallici, il sustain ottimo ed il timbro di base è molto pieno ed equilibrato per una chitarra fresca di costruzione. Decisamente convincente.
La seconda chitarra è uguale per forma e dimensioni, monta un ponte identico e le stesse meccaniche, e differisce per due aspetti essenziali: e in massello di blackwood (un’altra varietà di acacia, meno rara e meno costosa, proveniente dalla Nuova Zelanda ed utilizzato sempre di più dai costruttori di Weissenborn per sostituire il raro koa), sempre fiammato e marezzato in modo spettacolare, ed ha una decorazione ispirata alla Weissenborn style 4, caratterizzata da “rope binding” (il classico profilo in legno chiaro e scuro tipico delle Weissenborn) anteriore e posteriore su tutto lo strumento, tastiera e paletta comprese. Anche qui una rosetta in faggio “spalted” sostituisce la classica rosetta Weissenborn, che in questo caso dovrebbe essere realizzata con lo stesso “rope pattern” del binding, ma qui il risultato è a mio parere discutibile, in quanto non mi sembra che i due tipi di decorazione, uno tradizionale e decisamente vistoso, l’altro modernissimo e volutamente discreto, si sposino bene tra loro. La tastiera è in koa, e spicca sul corpo tendente al bruno con la sua colorazione più rossastra, con un bellissimo contrasto.
Alla prova del suono (tutte le chitarre montano le stesse corde) la chitarra in blackwood è risultata ben diversa dalla sorella in koa: il suono è più medioso e compresso, con lo stesso ottimo sustain ma privo dell’immediatezza e dell’attacco deciso che mi hanno colpito nella chitarra precedente. È’ un suono molto equilibrato e morbido, leggermente inferiore in volume ma forse più corposo e maturo. Accordando la chitarra in DO aperto (dal basso DO, SOL, DO, SOL DO, MI) la chitarra non risente più di tanto della differenza di tensione tra le corde basse allentate e le corde alte tirate, il do basso resta nitido e intonato e gli accordi sono pieni e sostenuti. L’uso dei fingerpicks in questo caso fa davvero la differenza, non che con le dita il suono diventi opaco, ma non mantiene l’attacco e la presenza che rimanevano quasi intatti nello strumento precedente.
Lo strumento, nonostante l’indubbia qualità, mi sembra dotato di un carattere particolare, diverso da quello delle vecchie Weissenborn, e certamente dimostra che il blackwood, nonostante la somiglianza estetica con il koa, suona diversamente (a giudicare dalle chitarre in prova è anche più leggero in maniera apprezzabile). Immagino questa chitarra più a suo agio nell’accompagnare da sola la voce, nello stile di Kelly Joe Phelps o di Jeff Lang, oppure in un contesto non necessariamente legato al tipico suono Weissenborn (la vedrei nelle mani di Greg Leisz con Bill Frisell o di Don Rooke con gli Henrys, più che in mano a David Lindley, per intenderci).
Il terzo strumento (in primo piano nella foto), è simile al primo nell’aspetto e nei materiali. Le uniche differenze apparenti sono la rosetta di tipo tradizionale (style 1), la tastiera che utilizza un koa molto bello ma non particolarmente figurato e la forma della paletta: questo infatti è il primo strumento nel quale Roberto si è discostato dalla linea tradizionale della paletta Weissenborn ( e qui vale lo stesso discorso già fatto per i ponti, nel senso che la produzione originale Weissenborn utilizzò palette di forme diverse, anche se simili tra loro) per adottare una forma propria caratterizzata da un motivo a “onda” nella parte superiore. La nuova paletta, a mio parere ben disegnata (Roberto è laureato in design industriale, e dettagli come ponte e paletta lo dimostrano in modo evidente), conferisce carattere e riconoscibilità agli strumenti e si riporta alla tradizione liuteristica tradizionale, nella quale la forma della paletta identifica il costruttore. La differenza maggiore tra questo strumento ed i precedenti tuttavia non è visibile. Questa chitarra è infatti dotata di una catenatura appositamente modificata ed alleggerita per enfatizzare i bassi, che infatti sono delle vere “cannonate”: lo strumento ha un carattere timbrico che unisce tratti tipici delle Weissenborn e delle chitarre acustiche di forma dreadnought, e che forse la rende più familiare a chi identifica il suono di un’acustica con quello di una grossa Martin. Anche qui l’uso che vedo di più è quello di accompagnamento della voce, oppure di unico strumento armonico e melodico in una situazione simile ai concerti tenuti da David Lindley qualche anno fa, accompagnato solo da un percussionista, con l’uso delle corde basse vuote come bordone o per riff di sapore blues, o ancora in un duo di chitarre.
L’ultimo strumento (in secondo piano nella foto) è quello che si differenzia di più dalle tradizionali Weissenborn, in quanto è dotato di fasce molto più basse, raggiungendo la profondità massima di cinque centimetri. Non si tratta di un’idea di Roberto: esistono delle vere Weissenborn sottili, anche se molto rare ( a quanto mi risulta Don Rooke e Bob Brozman ne possiedono una ciascuno). Tutta in koa, è decorata (ad eccezione della paletta “Reani style”, ma compresa la rosetta della buca) come una style 4, ma ha un’ulteriore tocco “custom” dato da un fiore di ibisco intarsiato al dodicesimo tasto, ed evidenziato dalla totale assenza di segnatasti a punto. Quest’ultimo particolare mi ha lasciato perplesso: sulla lap steel la presenza di punti di riferimento visivi è particolarmente importante, sia per l’assenza di tasti, sia per la mancanza di riferimenti tattili per la mano sinistra che non è saldamente ancorata al retro del manico come sulla chitarra. Personalmente ho avuto qualche difficoltà a muovermi sulla tastiera di questa chitarra, anche se forse un musicista esperto potrebbe non riscontrare gli stessi problemi. L’intarsio al dodicesimo tasto, comunque, è realizzato in modo magistrale e con grande gusto, e per quanto io propenda per strumenti dall’estetica più essenziale potrà certamente trovare i suoi estimatori tra chi apprezza le chitarre molto decorate o vuole accentuare la connotazione hawaiana dello strumento anche nell’aspetto esteriore. Ma veniamo al sodo, ovvero al suono: la piccoletta mi ha davvero stupito. Nonostante il minor volume (nel senso delle dimensioni, non del livello di uscita del suono) della cassa la timbrica è piena, bilanciata, tridimensionale, simile a quella del primo strumento provato ma con una presenza speciale ed un carattere che ricorda ancora di più il suono solitamente associato alle Weissenborn. Il volume e il sustain sono notevoli e sicuramente alla pari con le chitarre di profondità maggiore. Dopo poche note volevo cercare uno specchio per verificare che non mi fossero cresciuti i capelli e che non fossi vestito con camicia hawaiana, pantaloni scozzesi e scarpe leopardate, tanto il suono era simile a quello ascoltato nei dischi di David Lindley, e ciò nonostante la mia indubbia pochezza come suonatore di steel guitar, soprattutto al cospetto di cotanto genio: insomma, stavo provando una di quelle chitarre che ti lasciano lì a pensare che forse rompendo il salvadanaio, vendendo quella tele che prende la polvere e un paio di effetti che non usi mai… Mancano ancora due anni al mio cinquantesimo compleanno, e mia moglie non legge Accordo. Peccato.

sono molto belle e ben fatte
Splendidi strumenti di qualità
<br>"the Blues is an one-way ticket for the s
non ne ho mai provat
bellissime
Grande Roberto!
"Sure I like country music, I like mandolins, but