Più o meno mezzo secolo dopo l'acquisizione di Epiphone, Gibson ha deciso di ridare smalto a questo marchio glorioso, relegato per troppi anni al ruolo di sottomarca. Un incontro occasionale durato pochi, intensi minuti con un esemplare della seconda serie limitata della Wilshire '62 (finitura bianca, la prima serie era cherry) prodotta dalle stesse mani che costruiscono le top di gamma Gibson, è l'occasione per fare un po' di storia di questa solidbody, a lungo ingiustamente sottovalutata.

Un paio d'anni dopo essersi impossessate di Epiphone (siamo nel 1957), Gibson sposta la produzione a Kalamazoo. Due anni dopo, esattamente 50 anni fa, mette sul mercato una serie di chitarre Epiphone solid body fatte in Michigan dalle stesse mani che davano vita alle migliori Gibson. Costruite in un numero piuttosto esiguo per poco più di un decennio, snobbate dal pubblico dell'epoca, sono state costantemente rivalutate dopo la loro uscita di scena per l'altissimo valore qualitativo, raggiungendo negli ultimi anni i vertici del mercato collezionistico.
Tra tutte le Epi a corpo solido, una delle più apprezzate e valutate (basta dire che il valore di una '59, prezzo 200 dollari circa all'originepuò valere oggi anche 12mila dollari, vuol dire 60 volte di più) è la Wilshire. Nata con l'idea di dare battaglia alle rivali di Fullerton sul piano del prezzo, ma senza tradire le proprie nobili origini, la Wilshire compare nei negozi con un corpo cherry o sunburst spesso 1" 3/4, due P-90 bianchi, battipenna simmetrico, segnatasti dot e Tune-O-Matic (il vibrato che appare nella foto qui sotto è opzionale).

E' una chitarra minimalista ma non del tutto, che riunisce in sé le caratteristiche di varie Les Paul: l'essenzialità della Jr., i due P-90 della Special, il ponte Tune-O-Matic della Standard. Nel 1960 il corpo si assottiglia (1" 3/8) e i bordi vengono smussati, finalmente nel 1961 i P-90 diventano neri e compaiono le classiche manopole Gibson a sostituire le "New York style originali. E' l'ultima incarnazione della Wilshire originale e anche la più desiderata, destinata a durare fino ai primi mesi del 1992, quando i P-90 sono sostituiti con i mini-humbucker.

La nuova (ri)nata Wilshire è una replica fedelissima dell'originale in quest'ultima variante ed è prodotta dal Custom Shop Gibson. Con un po' di fortuna e la nostra tipica capacità di intrufolarci, siamo riusciti a mettere le mani per qualche minuto su uno dei primi esemplari prodotti, con una corsa in moto fino alla vicina Svizzera. La nuova Wilshire è elegantissima, col battipenna tartaruga he contrasta col bianco del corpo. L'idea di trovare un clone Gibson sparisce appena appesa la chitarra al collo: più leggera di una Standard, più solida di una SG, più sottile di una Jr., ha una ripartizione dei pesi tutta sua, che ricorda forse un po' la Special double cut vissuta tra il 1958 e il 1960. Ma in più c'è il Tune-O-Matic, che dà sicurezza di intonazione e un solido punto di riferimento per la mano destra.

La struttura dice tutto: corpo e manico in mogano con tastiera in palissandro, abbinati ai due P-90 e al ponte Tune-O-Matic, sono la garanzia di sonorità ricche e calde.
La voce è quella che ci si apetta: un'arma da rock, ferocissima e al contempo elegante, grintosa, mai rozza, come solo una chitarra ben pensata e totalmente in mogano sa essere. Se trattata a dovere è pronta a perdere le staffe e mettersi a urlare, senza mai diventare cafona (azzardo un confronto maschilista-cinematografico? OK: La Giovanna Mezzogiorno quando si incazza con Stefano Accorsi nell'Ultimo bacio di Muccino). Non è un caso se molti grandi nomi del rock - tra cui Jimi Hendrix, Johnny Winter, Paul Gilbert e Steve Marriot - l'hanno amata e usata spesso.
Finitura e qualità costruttiva, basta un aggettivo: perfette, in linea con tutte le chitarre sfornate dal custom shop Gibson. Prezzo, come prevedibile, da sceicchi, quasi 5mila dollari di listino in USA, ammesso che ne arrivi qualcuna in Italia non sarà facile vederla a meno di 4mila euro di street price, giustificati in parte dalla qualità eccelsa, in parte dalla tiratura limitata, in parte dal fascino.
In conclusione: è evidente che non si tratta di uno strumento per tutti, ma per quei cento malati di Wilshire sparsi qua e là per il mondo, a cui il gruppo Gibson/Epiphone ha deciso di rispondere con uno strumento quasi pornografico, tanto è bello, che costa caro, ma comunque meno di un originale (ammesso di riuscire a trovarlo).
Giuro, bisogna vederla per credere a quant'è bella.
Bella! Ma l'hanno u
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Ricorda un po' le sp
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Sti cazzi...
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Oddio...
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ce ne e' una ad amsterdam
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soddu massimo
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