Era da qualche tempo che volevo scrivere questo articolo, sullo strano connubio che esiste tra chitarre e musica rock con temi di ispirazione politica e generazionale. A qualche giorno dalla commemorazione dei fatti di Piazza Tien an men, ho pensato che fosse opportuno raccogliere queste mie impressioni con la speranza che siano condivisibili da parte di tutti i lettori e che la censura cinese non colpisca Accordo.it.

La musica come veicolo di comunicazione è decisamente uno strumento magnifico, quando però si fa portatrice di un messaggio che rappresenta ideali, valori generazionali, sfide all’establishment politico è allora che supera i confini del linguaggio e come una sorta di fuoco sacro trasferisce dei contenuti (a volte neanche voluti dagli stessi autori) oltre i confini della normale comprensibilità, nonostante lingue diverse e stili musicali diversi. Per fare subito un esempio ed entrare direttamente nel vivo della discussione penso a cosa abbia significato politicamente “The Wall” dei Pink Floyd negli anni e cosa ancora oggi trasferisca in termini di tensione giovanile alla necessità di cambiamento e rinnovamento e come lo stesso “The Wall” sia finito per diventare un LP simbolo di una altra sfida epocale, quella della caduta di un muro che ha diviso l’Europa per troppi anni. Sfido chiunque da giovanissimo ad aver colto prima il vero senso del testo di “Another brick in the wall” legato alle vicende giovanili di Waters, piuttosto che averlo associato direttamente alla necessità di liberazione giovanile al primo ascolto ovvero alla tensione politica verso una società senza quel “muro” indipendentemente dal contenuto del suo testo. Non voglio anticipare altri argomenti ma questa caratteristica di immediata traslazione concettuale trova nel rock ed in particolare nel rock chitarristico una esaltazione molto più forte di quanto avviene in altri stili musicali.
In Italia per esempio il cantautorato d’ispirazione politica, decisamente poco rock, è sempre stato relegato a strumento di comunicazione assai di nicchia, per alcuni decisamente sfigato, per altri solo voce musicata di messaggi di tipo partitico. Quando però quei messaggi sono stati trasferiti da alcuni gruppi temerari nel genere del rock chitarristico è allora che hanno finito per diventare un messaggio condiviso e di raccolta. Uno strumento di unione delle idee collettive verso certi argomenti. Sarebbe qui il caso di citare per esempio i primi CCCP o i Diaframma o gli stessi Litfiba degli esordi ed oggi l’esperienza musicale degli Afterhours o dei Subsonica o di tantissimi altri gruppi della nuova scena italiana spesso avvezzi, nei loro testi, a trattare argomenti di questo tipo.

Probabilmente lo stesso Vasco Rossi è un pioniere di questo modello musicale quando ha trattato del disagio giovanile; immaginate se avesse suonato “Vita spericolata”con un tamburello ed una fisarmonica al posto di una sana chitarra rock, avrebbe sortito lo stesso effetto? C’è da dire anche che se del rock di ispirazione politica fai la tua bandiera e raccogli attorno a te migliaia di fan che in quei messaggi si identificano, riuscire a mantenere lo spirito dei primordi senza scontentare via via nel tempo qualche fan risulta decisamente impossibile. E allora una domanda diventa necessaria: chi usa chi? E’ il messaggio politico che usa il rock come strumento di amplificazione o è a volte il gruppo rock ad usare il messaggio politico per aggredire fasce di mercato? Credo che la risposta principale è che per suonare rock di ispirazione politica devi essere credibile, devi sentire quei contenuti e manifestarli senza retorica, il giudizio del pubblico altrimenti è dietro l’angolo e finisci come sono finiti alcuni dei gruppi che ho citato in precedenza. Distrarre i propri testi verso generi di approccio più pop finisce per scontentare i vecchi fan e non trovarne di nuovi, i quali tra un clone pop ed un pop originale alla Laura Pausini finiranno per scegliere il secondo, che quantomeno è originale.
Certo però che questa tesi della universalità del messaggio rock-politico trova, secondo me, maggiori conferme nel rock di origine anglosassone e nella sua diffusione spesso planetaria al di là delle barriere del linguaggio e guarda caso quanta più chitarra c’è maggiore sarà il suo risultato.
Potremmo parlare di Bob Dylan ed il suo cantautorato folk – rock degli anni della protesta per i diritti civili negli Stati Uniti, dei Clash e della loro “London Calling”, dei Sex Pistols ed “Anarchy in the UK”, degli U2 e di “Sunday Bloody Sunday” o di “Pride, in the name of love”, degli stessi Pink Floyd in molteplici dei loro pezzi.

Diremmo analoghe cose se parlassimo del movimento Grunge degli anni ’90, di parte di quello Nu-metal e di tanti altri casi più attuali. Arriva prima il messaggio politico del contenuto testuale (che per chi non comprende l’inglese non arriverà probabilmente mai) e quando c’è una chitarra di mezzo, questa finisce per diventare una icona del genere rock ed incuriosire tantissimi musicisti, un fucile puntato contro, che spara solo segnali pacifici di musica. David Gilmour, Tom Morello, Brian Jones, The Edge, Mike McCready l’elenco sarebbe infinito. Anche in questo caso la domanda potrebbe essere la stessa, chi ha segnato il successo di chi? Assolute capacità musicali o l’inevitabile fenomeno iconoclasta rappresentato dalle proprie creazioni musicali? In altre parole è nato prima David Gilmour, la sua chitarra o “The Wall”? Lascio a voi una personale risposta. Io la mia me la sono fatta e vale per tutti i gruppi di cui ho brevemente scritto; credo sia nato prima “The Wall”.

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a Waters la paternità di The Wall!