Il blues è presente ovunque, così narra (e non solo) il film Cadillac Records: lo troviamo nel rock, nel pop, nel rap, nel funk e così via. Il blues rappresenta un mattone indispensabile dell’edificio della musica popolare americana di oggi. Esso è onnipresente nel mondo della comunicazione, negli spot pubblicitari, nelle colonne sonore dei film. In tutto o quasi si riscontra una radice del blues, anche se occorre evidenziare come negli ultimi trent’anni, tuttavia, in tale ambito non sia successo praticamente nulla di significativo, destino del resto condivo con altri generi musicali.

In realtà dopo gli anni Settanta ci sono stati due cambiamenti molto rilevanti. Innanzitutto vi è stata l’accettazione dell’influenza del rock e del soul da parte del blues tradizionale; il secondo è la crescita e lo sviluppo di un blues bianco che non rappresenta più la copia del prodotto afroamericano, ma evidenzia uno stile dotato di una propria autonomia.
Il rock aveva cominciato a influenzare il blues elettrico già negli anni Sessanta, e allo stesso modo si può dire che senza il blues il rock stesso, così come lo conosciamo, non sarebbe mai esistito, ma in maniera particolare non sarebbe esistito il Beat inglese, che nasce proprio dal blues. E dell’unione tra beat e blues il campione indiscusso è stato Eric Clapton.
Riprendendo le parole di Clapton: “il blues è la musica più difficile da suonare che esista, più di Mozart e Bach, perché se non ne conosci a fondo l’idioma rischi di suonare la stessa cosa per due ore. Il blues è costruito su di una struttura musicale in dodici battute che rappresenta una delle grandi magie della storia della musica: è sempre la stessa da un secolo eppure può subire un’infinità di variazioni. Come sia possibile per me è ancora un mistero, ma è anche qui il suo fascino irresistibile”.
Eric Clapton ha iniziato il suo viaggio verso le fonti di questo mistero più di quarant’anni fa e stando alle sue parole non ne ha scoperto il segreto. In compenso però a pochi altri musicisti è riuscita meglio che a lui l’impresa di diffondere nel mondo il fascino del blues. Egli appartiene a quella generazione di musicisti inglesi che, agli inizi degli anni Sessanta, ha aperto le porte al rock moderno coltivando e sviluppando la lezione dei padri della black music.

E’ la generazione di Mick Jagger, Keith Richards e dei Rolling Stones, di Van Morrison, Jeff Beck e Jimmy Page, una generazione che portando in classifica i blues di Muddy Waters e Robert Johnson, ha fatto scoprire al grande pubblico la musica che è all’origine del rock’n’roll.

Per Eric Clapton il blues è stata ed è una ragione di vita, iniziando la sua avventura musicale, giovanissimo nei Bluesbreakers di John Mayall. Il blues è la base su cui poggiava la musica degli Yardbirds e anche quella dei Cream, il trio grazie al quale Clapton è diventato uno dei guitar hero per antonomasia della storia del rock. Un ruolo ottenuto per acclamazione, visto che all’apice del successo di tale formazione musicale sui muri di Londra comparve la scritta: Clapton is God.

Egli è un autentico stilista della chitarra che ha saputo trovare una sonorità e un fraseggio che sono un vero e proprio marchio di fabbrica. E questo stile rilassato e ricco di understatement rappresenta un omaggio alla grande scuola del blues. Studioso della musica del Delta è cresciuto studiando Robert Johnson, Albert Freddy, B. B. King e da loro ha imparato ad esplorare la struttura delle dodici battute, ma soprattutto ha appreso i fondamenti di uno stile in cui la perizia tecnica non è il punto di partenza per esibizioni virtuosistiche fine a se stesse, ma piuttosto il lasciapassare per addentrarsi nei segreti della melodia.
E nei suoi assoli, anche quelli di brani rock, è sempre possibile risalire alle sue origini blues. Questo legame così forte ha fatto di Clapton una sorte di Apostolo della musica del Delta, un musicista che dopo tanti anni di carriera passata sui palcoscenici di tutto il mondo accanto ai musicisti più famosi ha confessato di avere ancora una sola paura: potersi trovare un giorno, a suonare di fronte a Robert Johnson.

E’ in Inghilterra che si fondano anche le radici del rock blues (o blues rock), pur se tendenzialmente si tende a definirlo come un genere a sé stante che unisce l’energia e l’elettricità del rock e la tradizione del blues. Il genere è caratterizzato da improvvisazioni blueseggianti, jam focalizzate sugli assoli di chitarra elettrica, spesso un sound "pesante" che riprende il tradizionale Chicago Blues.
Pur avendo origini inglesi sono molti in America a praticare questo genere musicale, tra i quali Paul Butterfield, armonicista chicagoano fu un vero è proprio re del blues rock americano degli anni Sessanta. Il suo “Paul Butterfield Blues Band” uscito nel 1965 fu un disco epocale che segnò la vicinanza di una generazione con la musica nera, e in particolare con le radici del blues chicagoano. Bob Dylan li volle con se nel 1965 nella sua esibizione elettrica al festival di Newport, e Chuck Berry li chiamò a registrare alcuni brani.

Oltre a Butterfield ci furono molti bluesrockers di grande successo come i Canned Heat di Bob Hite che salirono al successo soprattutto con la loro psichedelica “On the road again”, Steve Miller, Stephen Stills, Johnny Winter, George Thorogood.


Ma senza alcun dubbio il vero guitar hero del blues moderno è stato Stevie Ray Vaughan, una stella della chitarra elettrica degli anni Ottanta, considerato da molti come l’erede diretto di Jimi Hendrix (anche lui tra i pionieri del rock blues, un americano trapiantato in Inghilterra). Non a caso la rivista Rolling Stone lo pone al settimo posto nella lista dei 100 chitarristi più grandi della storia, mentre la Classic Rock Magazine lo mette addirittura al terzo posto nella loro lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.
Vaughan veniva dal Texas, città che si caratterizzò come la capitale del rock blues moderno. Egli ha interpretato il blues e il rock alla sua maniera, senza restare legato ad alcuna scuola particolare, frequentando Hendrix o B. B. King a seconda delle sue necessità, con una personalità e una forza tali da convincere anche i più tradizionalisti. Il suo successo arriva all’inizio degli anni Ottanta, in piena controtendenza: mentre l’America imparava il linguaggio della new wave e veniva travolta da Mtv, Vaughan vendeva milioni di copie di album quali “Texas Flood” o “Couldn’t stand the weather”.

La sua stella purtroppo brillerà solo fino al 1990, quando nella notte del 27 agosto all’Alpine Valley Music Theater, vicino a Est Troy nel Wisconsin, dopo aver partecipato ad un concerto insieme ad Eric Clapton, Robert Cray, Buddy Guy e il fratello, sale su di un elicottero per tornare nel suo albergo di Chicago (come lo stesso Clapton dichiarerà in seguito Vaughan gli chiese di prendere il suo posto perché molto stanco e voleva andare a riposare). Poco dopo il decollo l’elicottero si schiantò contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in tali condizioni atmosferiche. Comunque sarebbe andata quella notte avremmo perso una leggenda della musica, infatti se Vaughan non avesse chiesto di andare per primo avremmo perso Eric Clapton.

Il fato, invece ha voluto che quella notte a lasciare un grande vuoto non solo nella musica ma soprattutto nei cuori dei tanti fans e appassionati fosse il grande Stevie Ray Vaughan.


Eric Clapton the bes
come al solito belli
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Rigore e immaginazione (G. Bateson)
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== Vaughan veniva da
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Premesso che Clapton
<br>"the Blues is an one-way ticket for the s
Quoto in pieno Rico.
e Peter Green?
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tecnica e storia
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Re: tecnica e storia
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UN DVD box set da vedere Martin Scorsese The Blues
GRAZIE Pino !
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