Gli anni della nascita del Made in Japan

di esprit - accordiano #16949 | 10 September 2009 @ 21:59 |
6
Spunto per prendere carta e penna e scrivere questo articolo, mi è stato dato dal recente acquisto di una chitarra alla quale stavo dietro da anni, una Yamaha Sg 1000. A coloro i quali non è noto il nome di questa sei corde, e a coloro i quali volessero rispolverare le vicende susseguite negli gli anni della nascita del Made in Japan, è dedicato questo articolo, scritto con tanto amore e passione per il mondo del sol levante e con la completa imparzialità nel metro di giudizio e nella trattazione degli avvenimenti che portano fino ad oggi. Prima di vedere questa chitarra sotto la luce dei giorni nostri, dobbiamo mentalmente fare un tuffo nel passato. In quanto questa chitarra nel'76, anno in cui è stata messa in produzione, si piazzava anni luce avanti rispetto allo standard dei tempi.

Rientra in quelle chitarre, delle quali forse è capostipite, degli anni in cui le hi-end nipponiche rivendicarono il loro posto nell'olimpo della liuteria mondiale.
Un passo indietro.
Siamo a metà degli anni settanta, si potrebbe tracciare un parallelismo Usa-Japan. Nella patria degli yankee i grandi marchi, che allora erano Gibson, Fender, e basta, venivano da anni difficili. Anni nei quali si era passato dalla genesi degli anni 50 all’eccellenza dei ’60, alla difficoltà della prima metà dei 70, anni in cui, vedi fender, si era passata alla produzione di massa dettata dal passaggio Leo-Cbs caratterizzato da un decadimento della qualità degli strumenti. Casa Gibson non viveva certamente un periodo migliore, dal ’68, la produzione di Les Paul era ripresa, ma le differenze con gli strumenti dell’era dell’oro erano marcate. Per dare maggiore stabilità alla giunzione tra il manico e la paletta, i tecnici di Kalamazoo sperimentarono una volute, un rinforzo, mentre il body non veniva più costruito in un pezzo unico, bensì in due pezzi incollati “a sandwich”. La perdita maggiore però, era caratterizzata dall’assenza dei mitici P.A.F. umbuckers, rimpiazzati, almeno in un primo tempo, da dei mini umbucker di produzione Epiphone. Marchio che in quegli anni andava davvero forte.
Fino ad allora, la produzione giapponese di chitarre, non aveva dato grandi frutti. Infatti si era contraddistinta soprattutto per prodotti mediocri e privi di originalità. Nel corso degli anni, però, questa tendenza cambiò radicalmente, infatti, i marchi, canalizzarono tutte le proprie risorse, più che nella realizzazione di strumenti originali, nel copiare le glorie del passato, Stratocaster e Les Paul in testa, seguite a ruota da Es. Sg, Telecaster e quant’altro gli anni cinquanta e sessanta avessero dato di meglio. Cosa che spaventò profondamente le aziende americane, infatti, esse stesse si resero conto che la qualità dei propri strumenti, in quel periodo, era inferiore a quella asiatica.
Da questo momento ebbe inizio una serie di battaglie, a volte anche legali, per accaparrarsi quante più fette del mercato possibile, due grandi blocchi, uno contrapposto all’altro, diversi in tutto e determinati a prendersi qualcosa che soltanto uno dei due mondi avrebbe avuto. Il predominio.
Il blocco statunitense dalla sua parte aveva più storia, più tradizione e più peso in Europa, un mercato rilanciato grazie alla migliore fattura dei suoi strumenti che grazie all’era Fullerton e al ritorno del Les Paul standard, il quale era costruito sempre più fedelmente alle caratteristiche della fine degli anni cinquanta, stava nettamente migliorando. Il blocco nipponico vedeva un discreto numero di marchi, tra i quali ricordiamo Tokai, Yamaha, Ibanez, Esp, Fernandes, Burny, Greco e Navigator, raggruppati principalmente in tre stabilimenti Hoshino gakki, Nippon gakki e Yamano gakki.
In quel periodo, diversi furono i musicisti che iniziarono a portare i loro gioielli giapponesi, nei loro tour, gente del calibro di Billy Gibbons degli Zz Top, Ron Wood dei Rolling Stones e Stewie Ray Vaughan, gente rimasta impressionata dalle qualità timbriche di tali chitarre.
Altri invece diventarono veri e propri endorser: Carlos Santana e Frank Gambale per la Yamaha, Steve Vai, Satriani, Gilbert e molti altri per la Ibanez, i Metallica, George Lynch, Ron Wood per la Esp.
Fender e Gibson decisero allora di riprendersi quello che, credevano gli spettasse di diritto, iniziando dalla forma dei loro strumenti. Le case americane costrinsero, adendo per vie legali, praticamente tutte le aziende nipponiche a modificare la forma della paletta, del corpo e talvolta anche del logo, accusandole di avere violato i loro copyrights.
Con un’abile mossa si impossessarono di alcuni marchi, come la Greco, e avviarono la produzione di, rispettivamente, Squier e Orville, vere e proprie sottomarche ufficiali, sfornate dagli stabilimenti una volta specializzati nella produzione delle loro copie.
Fu così che per un periodo, Fender e Gibson, acerrime nemiche negli States, produssero alcune fasce delle loro chitarre nella stessa fabbrica giapponese.
Yamaha, Ibanez e Esp, rimasero fuori da questo giro e menomate dalla impossibilità di non poter più produrre delle copie, ricorsero con tutta la tenacia che contraddistingue la gente dagli occhi a mandorla, e con tutti i mezzi a loro disposizione, ad andare avanti e sperimentare in campi in cui le nuove tendenze musicali stavano sconfinando.
Erano anni in cui facevano la loro comparsa, al di là dell’Atlantico, i primi piccoli grandi marchi, che in fondo non erano altro che piccole fabbriche con pochissimo personale che produceva ogni strumento con la perizia delle proprie mani. Mi riferisco a PRS, Sadowsky, Tyler, e tutte quelle aziende che tutt’ora primeggiano nella produzione di strumenti eccelsi.
Lo scenario della metà degli anni 80 infatti, ci riservò delle perle che ancora oggi osserviamo con somma devozione, chitarre che entrarono nella storia. Qualcosa però era cambiata, la meteora delle lawsuit inevitabilmente si era eclissata e con essa sparì la possibilità da parte dei produttori giapponesi di avere il loro posto nell’olimpo dei nomi che contano. Si ripartì da zero.
E proprio con questo spirito, ma agguerriti più che mai, che il mondo vide i primi capolavori Made in Japan. Yamaha Sg, Sa, Ibanez Ar e Rg, si distinguevano per innovazione e originalità. Descrivevano il passato, rappresentandolo con gli occhi proiettati al futuro.
Il pregio del legno a crescita lenta, si fondeva con l’eleganza e l’opulenza di finiture quali la madreperla e l’abalone intarsiati con perizia in tastiere dell’ebano più nero, o dai corpi adornati e sormontati dall’acero più figurato.
I manici si assottigliavano fino a scomparire, l’elettronica si arricchiva di soluzioni mai sperimentate prima. Le meccaniche si ammodernarono, sia grazie all’avvento del visionario Edward Van Halen scopritore del Floyd Rose, sia per le tolleranze minime che offrivano queste chitarre. Addirittura da una richiesta di Santana, colui il quale scoprì il Mesa sound non dimentichiamolo, sotto il top della Yamaha Sg 175, fu montata una placca di ottone per aumentare il sostenuto, creando così il celebre modello 2000.
Ecco però che in questi anni di guerra fredda, caratterizzati dall’oriente che incalzava diventava sempre più difficile da contrastare, il mercato Usa doveva svegliarsi dal suo torpore e ritornare a fare la voce grossa, cosa inventarsi per fronteggiare l’avanzata del sol levante?
I dirigenti di Kalamazoo, Nashville dall’83, e Corona, ebbero il loro colpo di genio.
Creare qualcosa che potesse eguagliare la produzione giapponese in fedeltà all’originale e originalità costruttiva, perizia dei liutai e qualità dei legni. Qualcosa che potesse dare ad una nicchia di facoltosi e artisti, quello che la concorrenza stava loro portando via: il Custom Shop.
Fiorirono in questi anni, parallelamente a ciò che succedeva nel mondo intero, eccessi e contraddizioni.
Anni sicuramente diversi rispetto ai nostri, anni di stravaganza e innovazione, e non mi riferisco alle normali produzioni standard, ma, per quanto riguarda casa Gibson, alle varie; Artisan (‘77/’82), datata do tastiera in ebano con un intarsio floreale degno della migliore Martin, The Les Paul (’78), dotata di manopole dei potenziometri e cornici dei Pick up in palissandro e dal top e fondo in acero fiammato appositamente selezionato, 25/50 storico modello per celebrare i cinquant’anni della Gibson e i primi venticinque del binomio con Les, Heritage 80, Artist (’79) caratterizzata dalla particolarissima circuitazione, Spotlight Special, col suo blocco centrale del corpo in noce, Reissue (‘87), tra le prime fatte in Usa, e per finire, la Samurai (’89), modello rivestito completamente da un intarsio in pietre preziose raffigurante motivi nipponici, esemplare che la Gibson introdusse nella serie denominata “Gallery Quality” (i modelli di questa serie andavano da un minimo di 10000 ad un massimo di 250000 dollari di allora).
Chitarre che in tutto il loro splendore rappresentavano lo stato dell'arte della manifattura artigianale.
Le cose, da quel momento, iniziarono a girare per il verso giusto per i grandi marchi storici.
A mio personalissimo parere, l’america ricorse al peso del nome e alla tradizione per rifondare quello che negli anni di agiatezza sugli allori era stato trascurato.
Per capire meglio i cambiamenti susseguiti in questi anni siamo costretti a fare un salto in avanti di quasi un ventennio.
In mezzo ci fu l’avvento degli anni novanta e del diffondersi della moda del vintage, alcuni tra i marchi in precedenza elencati sono sopravvissuti, altri si sono imposti sul mercato, riservandosi la loro meritata fetta.
Alcune tra le innovazioni importate dal sol levante, hanno fatto scuola e presto furono gli americani a dover ricorrere al lavoro di copiatura.
Tirando le somme, col passare degli anni il mercato nipponico si spinse sempre oltre, rubando posti d’onore nell’olimpo delle grandi.
Ciò accadde soprattutto per la sua straordinaria dote di creare strumenti eccezionali, e di venderli ad una frazione del costo delle controparti Usa.
Tutto ciò però a discapito dei modelli di fascia alta, o altissima se vogliamo, che vennero accomunati ed indissolubilmente legati al nome che portavano sulla paletta, ed etichettati come strumenti economici, soprattutto a causa della scarsa competenza della gran parte dei musicisti di allora, che ritenevano queste chitarre di fattura mediocre ed economiche.
Mentre la massa, si trovò a snobbare nel corso degli anni i vari modelli più costosi, cito per l’appunto la Yamaha Sg, costretta per qualche anno ad andare addirittura fuori produzione, una nicchia, composta da coloro i quali ebbero la possibilità nel tempo di sentire con le proprie mani e le proprie orecchie le vibrazioni che tali gioielli potevano offrire, andò controcorrente alla scoperta e al collezionismo delle hi-end nipponiche.
Il vento gradualmente, e fortunatamente, sta cambiando, le chiuse vedute dei collezionisti più snob e dei players più bigotti, si stanno aprendo e orientando sempre più verso tutto ciò che avevano lasciato alle spalle con non curanza.
La storia ciclicamente si ripete, e ciò che successe cinquant’anni fa al celebre modello Les Paul, sta accadendo adesso, ovviamente nelle dovute proporzioni.
I prezzi delle varie Tokai, Orville, Squier, Greco, Burny, Navigator, Fernandes e dei modelli “storici” delle Yamaha e Ibanez, lievitano di anno in anno proporzionalmente alla loro richiesta. Ciò ha pro e contro ovviamente, il falso è sempre alle porte, come il furbo che spaccia per alta fascia, quello che in realtà non è mai stato.
Tutto ciò mi rende felice, non c’èntra il mero collezionismo, è una questione di passione, come ho detto in apertura. Diamo a queste figlie di stelle minori, la luce che da tempo gli spetta.
L.C.

Risorse




Potrebbe interessarti anche:
La chitarra sognata (23/07/2009)
La mia prima chitarra (22/02/2005)
Comprare una Strato a "pezzi" (01/05/2007)
Chitarra troppo... dura? (08/09/2009)
Manico grosso o sottile? (11/04/2008)

Tutti i commenti

  • ed il mercato acustico???
    di bernablues - accordiano #16917 | 12 September 2009 @ 18:45
    • Re: ed il mercato acustico???
      di esprit - accordiano #16949 | 12 September 2009 @ 20:11
  • proverbio jap
    di Spilung - accordiano #20537 | 28 September 2009 @ 12:05
    • Re: proverbio jap
      di ADayDrive - accordiano #12502 | 29 September 2009 @ 14:16
      --
      <p>...interessante...</p>
      • Re: proverbio jap
        di Spilung - accordiano #20537 | 29 September 2009 @ 15:53
        • Re: proverbio jap
          di ADayDrive - accordiano #12502 | 29 September 2009 @ 17:14
          --
          <p>...interessante...</p>
          • Re: proverbio jap
            di Spilung - accordiano #20537 | 29 September 2009 @ 17:29
            • Re: proverbio jap
              di ADayDrive - accordiano #12502 | 29 September 2009 @ 19:37
              --
              <p>...interessante...</p>

Scrivi un commento

Accedi o crea un account per commentare.