My name is Gore, Joe Gore

di enfant_idiot - accordiano #21253 | 16 March 2010 @ 22:50 |
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Ho cominciato appassionarmi a Tom Waits un po' in ritardo, all'inizio degli anni Novanta, ma in una fase entusiasmante della sua incredibile carriera. Ricordo che ero alle prese con il recupero dei primi dischi, dopo aver ascoltato, quasi per caso, Heartattack and Vine, e con l'assimilazione degli innovativi capolavori degli anni Ottanta (la trilogia Swordfishtrombones, Rain Dogs, Frank Wild Years) quando uscì un nuovo disco: Bone Machine.

 Opera che rappresentava una nuova svolta, e che alle mie orecchie risultò ancor più sconvolgente rispetto alle altre, tanto che ci mesi un paio di anni per assimilarlo completamente (mentre oggi, lo considero, a giudizio assolutamente soggettivo, probabilmente il miglior disco della sua carriera). Uno degli aspetti che mi interessavano era ovviamente l'utilizzo delle chitarre. E' noto che Tom è innanzitutto, almeno in origine, un pianista (oltre che, in seguito, multistrumentista onnivoro, alla ricerca dei mezzi più improbabili di produzione sonora...), ma le chitarre hanno avuto spesso un ruolo importante nella sua produzione, anche prima della “rivoluzione” degli anni Ottanta, e lui stesso si è dimostrato spesso un chitarrista ritmico essenziale ma inventivo e spesso di grande effetto (basti pensare almeno alle chitarre ritmiche in brani come Blue Valentine o la stessa Heartattack and Vine). Oltre a ciò, si è spesso fatto affiancare da validissimi chitarristi, primo fra tutti l'immenso Marc Ribot, che ha dato un contributo fondamentale alla ridefinizione del suono waitsiano. In Bone Machine però Ribot non appare, ed è sostituito da un chitarrista che per anni ho considerato misterioso e che ora giudico estremamente interessante, per il complesso della sua parcellizzata e frammentaria opera: Joe Gore.

Una figura eclettica di chitarrista, come da lui stesso affermato sempre in seconda linea, o a fianco degli eventi (come afferma nella sua biografia, pubblicata nel suo sito ufficiale: “I've lived my artistic life backward, or at least sideways. At an age when I should have been rocking out and making noise, I was a hopeless classical music nerd. When I finally grew up, I stopped practicing and started breaking things.”). Una peculiare figura di chitarrista-produttore-scrittore (per anni giornalista musicale), collaboratore, oltre che di Waits, di figure come PJ Harvey, Tracy Chapman, John Cale, solo per citarne una minima parte, che rappresenta nel suo agire un'impostazione assolutamente condivisibile e creativa del fare musica. La quale comprende, oltre alle sue partecipazioni a progetti altrui, un'originale opera multimediale complessiva, fatta di musica, arte visiva e scrittura; la cui prima e principale manifestazione è rappresentata dall'immaginifico progetto denominato “Clubbo”: un tentativo, concretizzato in collaborazione con Elise Malberg e Richie Leeds, di ideare una “music fiction”, ovvero creare dal nulla una “storica” etichetta musicale e il suo catalogo, comprendente dischi che vanno dal 1962 al 2004.

Dunque, un immenso e divertentissimo “esercizio di stile” (per scomodare, in una comparazione neanche troppo impropria, il grande Raymond Queneau), che prevede versioni mimetiche dei più diversi stili e periodi musicali, archetipizzando alcune delle tipologie più frequenti di musicisti e fornendo una storia alternativa della musica pop, che, ad esempio, sostituisce alla British Invasion una improbabile Swiss Invasion e segue alcuni artisti nella loro evoluzione commerciale da, ad esempio, cantautrice stile Joni Mitchell a starlette anni Ottanta, parodizzando praticamente tutti generi degli ultimi cinquant'anni, dal rock'n'roll all'hard rock, dall'etnico al punk, al southern rock, al metal, al country, all'elettronica, etc. Un tour de force concettuale che è stato anche raccontato in un'ampia opera narrativa, pubblicata parzialmente su internet e in volume. La cosa meravigliosa è che nel sito della Clubbo Records troviamo un completissimo catalogo con tanto di biografie degli artisti, discografie e singoli scaricabili gratuitamente, che oltre ad essere quanto di più godibile e ironico ascoltabile in questi ultimi anni, rappresentano anche una interessante rilettura della storia del pop contemporaneo, ricchi come sono di riferimenti più o meno nascosti e citazioni. Credo che sia il sogno di qualsiasi musicista, anzi di qualsiasi artista, esprimersi contemporaneamente e senza contraddizioni apparenti, in qualsiasi stile. Se, come ha detto il grande Fernando Pessoa, obbiettivo primario dell'essere umano dovrebbe essere quello di “sentire tutto in tutte le maniere”, nel progetto di Joe Gore troviamo di questa idea una declinazione musicale estremamente creativa e affascinante.

 

Risorse
Sito personale di Joe Gore
Clubbo



Tutti i commenti

  • finalmente qualcosa
    di coldshot - accordiano #15902 | 17 March 2010 @ 01:04
  • m'hai fatto venir vo
    di gaveyn - accordiano #22420 | 17 March 2010 @ 23:36
  • A volte odio Accordo! .. ..
    di Rommeask - accordiano #19414 | 18 March 2010 @ 15:24
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    "Anche il mio pensiero dunque è ricerca di un

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