L’originalità quasi estrema delle sue composizioni, con l’uso della voce come secondo strumento che ‘porta’ la melodia o il controcanto, è quasi spiazzante. Di solito si odia o si ama di primo acchito, ma la tecnica sullo strumento è solidissima, con alcune particolarità davvero interessanti. Oltre all’uso delle percussioni sulla cassa, Bob spesso inserisce strisce di carta velina o altri materiali tra le corde, al ponte, per simulare le sonorità di strumenti tipicamente africani; su alcuni brani utilizza delle bacchette per percuotere le corde ed evocare atmosfere che si spostano decisamente verso l’Oriente. L’utilizzo del capotasto, anche in posizioni molto alte, unito ad accordature con le ultime corde intonate parecchio ‘in basso’, contribuisce a esplorare ambienti sonori particolari. Certo non ha inventato niente di nuovo, ma non è facile trovare in un solo musicista tante peculiarità e, soprattutto, una visione così particolare della propria arte. Lo abbiamo incontrato prima di un concerto estivo e abbiamo parlato – in italiano per una volta – di tutto questo e, naturalmente, della sua bellissima Dupont (proprio quello delle chitarre manouche) ritirata da poco dal liutaio. Sul numero di Dicembre trovate la bella intervista di Mario Giovannini, qui di seguito un breve ma efficace filmato con un esempio della sua arte.
un canto ackorato