Roberto Dalla Vecchia: Siamo alla settima edizione, come ospiti quest'anno c'è un americano, Jim Hurst, per l'italia il mandolinista Martino Coppo e Balen Lopez de Munain, un chitarrista di provenienza classica dei Paesi Baschi.
Con Martino Coppo c'è un'amicizia di lunga data, lui ha suonato già in parecchi miei dischi, in passato abbiamo suonato insieme a dei concerti come duo, e ha suonato il mandolino nel mio nuovo disco (Hand in Hand).
Balen Lopez de Munain è originario dei Paesi Baschi, poi ha sposato un'italiana e quindi abita a Verona da diversi anni ormai. L'amicizia con lui è nata perché gestisce la programmazione musicale di uno dei locali storici qui nord Italia che fanno serate acustiche, La Fontana ad Avesa di Verona. Il primo contatto è stato quello, poi negli anni ci siamo conosciuti meglio e a settembre abbiamo partecipato entrambi a un festival a Pioraco (MC). Quella è stata l'occasione per suonare un paio di brani insieme. Sono stato molto felice di come erano riusciti, e da lì è nata l'idea di farlo anche quest'anno.
Jim Hurst è un caso un po' a parte. Negli anni passati non è mai successo che io abbia invitato musicisti che non conosco personalmente. Ci conosciamo a distanza, è uno dei flatpicker americani che io ammiro e stimo di più, ma che spesso si destreggia anche con le dita e canta. Un po' come - mi viene in mente - Doc Watson, legato alla tradizione popolare americana.

Vedo comunque che le sonorità del festival si sono ampliate rispetto alle precedenti edizioni, con strumenti nuovi…
Hai ragione, in realtà fino alle prime cinque edizioni eravamo sempre e solo chitarristi. Poi l'anno scorso ho rotto il ghiaccio, per così dire, con Henrich Novak, un bravissimo dobroista di Bratislava. Per la prima volta c'era una chitarra non più acustica, ma resofonica, e quest'anno ho pensato di allargare, per modo di dire, ancor più gli orizzonti per uscire da questo cliché della chitarra acustica.
Penso che, anche mettendomi nei panni del pubblico, faccia piacere sentire cose acustiche anche al di fuori della chitarra.
In origine, quando ho scelto il nome VicenzAcustica, per la verità avevo lasciato appositamente fuori il termine "chitarra" e tenuto solo un legame con "acustica" proprio per lasciare aperta questa porta. Sapevo che prima o poi sarei voluto andare in una direzione di apertura verso un pubblico più vasto di quello dei soli chitarristi e addetti ai lavori.
Quest'anno, a VicenzAcustica, suonerai anche dei brani tratti dal tuo nuovo disco. Ce ne parli?
Fondamentalmente suono musica strumentale, a volte inserisco qualche canzone ma non è questo il caso. Al di là del fatto che non ci sono parole, non c'è il canto, a me piace legare la musica a delle immagini, a un messaggio. Queste canzoni sono nate attorno a quest'idea che le accomuna: "hand in hand", che vuol dire "mano nella mano". Non tanto nel senso della coppietta di innamorati, ma partendo dal presupposto che la cosa più importante, tirate le somme di tutto, sono proprio le relazioni umane. Quindi certamente quelle con la propria famiglia, ma in generale le relazioni che ho con le persone.
Questo è il messaggio attorno al quale ho lavorato per scrivere le canzoni, poi ho pensato di esplicarlo in musica inglobando altri musicisti, anziché fare un lavoro concentrato tutto sulla chitarra. Quindi il mandolino di Martino Coppo, Paolo Bressan al whistle irlandese, Federico Malaman al contrabbasso e, per la prima volta, ho inserito anche delle percussioni, con Valerio Galla. C'è anche un duetto con il chitarrista classico Patrizio Baù.
Ho voluto spaziare tra i generi, con Patrizio ho suonato un waltzer venezuelano. Un altro brano, "F joke", va indietro nel tempo e si rifà alle sonorità swing degli anni passati. Musica che ascolto, ma che non aveva mai fatto, più di tanto, la comparsa nei miei dischi.
Restando sempre nell'ambito di suoni totalmente acustici?
Sì, non sono un grande amante degli effetti, parlo per la mia musica. Mi piace ricercare la naturalità del suono.
E VicenzAcustica diventerà mai un disco?
Bella domanda! Potrebbe essere, ma di sicuro non quest'edizione. Nel passato abbiamo sempre registrato. Un progetto nel cassetto è quello di far uscire, un giorno, un disco in cui vengono presentati i vari brani dalle diverse edizioni. A essere sincero, però, è una cosa a cui non ho mai lavorato concretamente. Intanto li registro perché è importante, se non altro come ricordo personale, ma da lì a fare un lavoro discografico… magari per il decennale, vedremo…
C'è già qualche idea per l'ottava edizione del concerto?
A dir la verità mi piacerebbe andare verso il cantautorato, americano, inglese o italiano stesso, una cosa che è sempre mancata e che io amo moltissimo. Una valutazione che stavo facendo è quella di spingermi verso quell'orizzonte lì, però non ho ancora in mente nomi o altro.
Penso che manterrò l'apertura verso gli altri strumenti, mi piacerebbe invitare Paolo Bressan. Ha partecipato all'ultima tourné di De André per i fiati, col whistle irlandese è un musicista pazzesco. Ma sono solo idee buttate lì, vedremo.