Gli anni ’70 non furono da meno con la diffusione dell'utilizzo delle modulazioni più evolute, come il phaser, utilizzato anche sulla voce e sulla batteria, e il flanger, che fu l’evoluzione successiva, ricreando tecniche già usate manualmente con i registratori a bobina.
Il primo Phaser dell’Univibe è datato 1969, seguito dal Maestro Phase Shifter, mentre uno dei modelli più validi di quel periodo è stato senza dubbio l’MXR Phase 90 del 1972, o il più economico e popolare Electro Harmonix Small Stone del 1975, divenuto presto l’effetto più venduto al mondo. Nella gamma EHX esistevano anche altri due phaser altrettanto validi quali il Bad Stone del 1974 e il Poly Phase.

Il Bad Stone aveva la possibilità di passare al modo manuale in cui, con un terzo potenziometro (i primi due erano per la velocità e la quantità dell’effetto), si poteva fissare un punto del phasing, per riprodurre un timbrica particolare, non avendo più la spazzolata dell’oscillatore. Fu prodotto anche come pedale tipo volume, per poter variare questa funzione direttamente con il piede. Il successivo Small Stone, più semplice e non true-bypass, aveva invece un solo controllo per la regolazione della velocità e un selettore a due posizioni, chiamato Color, per la profondità dell’effetto, che era più marcata rispetto al precedente Bad Stone.

Tra i flanger di quel periodo si possono trovare l’Ada Flanger del 1976 e l’Electro Harmonix Flanger Electric Mistress. Già a fine anni ’70-inizio ’80, la scelta di marche e modelli di effetti a pedale era molto ampia e alcune aziende erano nate solo per la progettazione e costruzione di effetti. In questo periodo comparve un discendente del flanger, ovvero il chorus.
Il primo della storia potrebbe essere il Boss Chorus Ensemble del 1975, con cui si ottenne un suono più grosso, come se fosse più di uno strumento a eseguire la stessa parte.
Il chorus stona leggermente la nota e la ritarda di circa 15-25 ms, come farebbero due chitarristi che suonano la stessa parte con piccolissime differenze d'intonazione, dovute anche alla pressione sulla tastiera e all’intensità della pennata.
Il chorus viene spesso usato nelle ritmiche, negli arpeggi con suono pulito e ben si abbina a compressori, delay e riverbero, ma è ottimo anche con i suoni distorti. Utilizzandolo in modo stereo, il chorus allarga e ingrossa ancora di più il suono dello strumento, chitarra o basso.
Con lo sviluppo dei componenti elettronici si è assistito a un veloce progresso, ricreando gli effetti di eco e riverbero, totalmente elettronici, che con il tempo hanno soppiantato i pur validi, ma costosi, ingombranti e bisognosi di continue manutenzioni, modelli elettromeccanici.
Inoltre, con la stessa e più complessa circuitazione, dapprima analogica e poi digitale, si sono ottenuti anche gli effetti di vibrato, phaser, flanger e chorus.
L'effetto chiamato delay fu costruito all’inizio in forma di rack, per poterlo controllare nei suoi vari parametri con l’ausilio di un buon numero di controlli.
Esso può essere impostato nel numero di ripetizioni, da una in su, nell’ampiezza e nel ritardo delle stesse, per creare effetti dallo slap back (con una singola ripetizione e un tipo di ritardo molto breve di circa 20ms), fino a giungere a ripetizioni che possono proseguire fino a diventare incontrollabili.
Modificando i parametri di regolazione, comprese le modulazioni dell’intonazione, è quindi possibile ottenere tutti gli altri effetti prima elencati. La possibilità di sfruttare la stereofonia, la creazione di loop musicali e la possibilità di mettere a tempo le ripetizioni in base al beat del brano, rendono questi sistemi incredibilmente completi e performanti. Tra le prime linee di ritardo immesse sul mercato ci furono il Lexicon PCM41 e il Dynacord DDL 12.

Queste unità in formato rack inserivano diversi controlli rotativi, svariati interruttori e LED di gestione per il controllo di tutte le loro funzioni, con dei costi all’epoca per molti proibitivi e ancora non dotati di nessun display a cristalli liquidi, che apparvero in seguito.
La possibilità quindi d’inserire nella propria strumentazione, oltre al proprio combo o testata, anche un effetto digitale con svariate funzioni e che sostituiva diversi pedali, fu accolta con entusiasmo dai chitarristi, soprattutto professionisti.
Il passo successivo fu quello di separare la testata in due rack distinti, uno per il preamplificatore e un altro per il finale. Questa soluzione permette d’abbinare i due componenti principali anche di marche e modelli diversi, in modo da personalizzare maggiormente il proprio suono con la comodità di avere sempre il sistema collegato e racchiuso in un contenitore molto robusto.
I vantaggi di questo sistema sono noti: maggiore specializzazione su ogni unità, maggiore controllo sul suono anche per le possibilità offerte dal MIDI, maggiore flessibilità anche per la possibilità d’usare due preampli con diversa tecnologia, come uno valvolare e uno a stato solido, finali generalmente stereofonici per poter sfruttare al massimo gli effetti di modulazione presenti, possibilità di sostituire un componente senza smontare e cambiare il tutto.
Tra gli svantaggi il costo del sistema, che comprende il flight case per contenere il tutto, i cavi MIDI, la pedaliera, i cavi audio e d’alimentazione, inoltre la complessità di programmazione e regolazione, che non lo fa certamente assomigliare a un plug and play, oggi molto di moda.
Di fronte agli alti costi, superiori e spesso di molto rispetto a un combo o uno stack, e alla difficoltà di uno sfruttamento ottimale del sistema, molti chitarristi hanno preferito rinunciare, privilegiando la semplicità dei pedali, a volte racchiusi in un singolo contenitore multi-effetto, o assemblati in pedaliere artigianali dagli stessi musicisti.
Bella carrellata, avessi potuto leggerla 20 anni fa...
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FBASS
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Credo proprio che sia il Fuzz. Keith Richards ...
Giovanni
Sono un cultore-possessore di pedali vintage!
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