John Mayer Born and raised

di giordy01 - accordiano #22922 | 14 giugno 2012 @ 16:00
Ogni volta che si prova a parlare di un nuovo album di Mayer si sente sempre forte l’impulso di iniziare a guardare per intero alla sua opera e al suo percorso artistico per poi arrivare puntualmente a dire che l’ultimo album è un’involuzione e che magari, cammin facendo, John abbia perso smalto e personalità. Come sempre, a proposito di questo talentuoso chitarrista (e di molti altri chitarristi con uno stile così personale), viene da dire "o si odia o si ama". Per non fare torto ai precedenti discorsi su Mayer, sarebbe opportuno anche qui iniziare partendo più da lontano per capire al meglio l’album attuale.

Il limite da sempre rimproverato al nostro chitarrista è la mancanza di una personalità decisa con lo strumento, nonostante sia ovvio riconoscergli un grandissimo talento condito anche da una orecchiabilità (dico soprattutto del cantato) che lo rende particolarmente facile da digerire.
Partendo da questo presupposto, è stato accusato di essere uno scopiazzatore di Stevie Ray Vaughan con quel catchy in più che non fa mai male alle vendite e al portafogli. La seconda accusa che spesso gli viene fatta è che "dovrebbe tornare al blues" come fu all’inizio, accompagnata dall’altra grande pecca di "una voce non adatta al genere blues".

Il quadro in cui ci si muove è questo. Ma queste accuse non sono pienamente condivisibili, seppur rispettabili.
A tutto ciò si potrebbe fare un’unica obiezione: John Mayer è in un processo di evoluzione continuo nel suo stile e nella composizione che ha sì provocato qualche brusca caduta (alcuni CD non all’altezza della sua capacità), ma forse sta iniziando a darci le prime soddisfazioni proprio adesso che è abbastanza maturo.
Quando si inizia a riconoscere un autore al primo tocco, alla prima nota, bisogna iniziare a comprendere che si sta parlando di un potenziale grande e forse di uno dei più ispirati giovani chitarristi-cantautori sulla scena.
Questo è accaduto: dopo due note, dopo due accordi, dopo un assolo, dopo aver prestato attenzione anche distrattamente, subito il pensiero "ma questo è John Mayer!" si insinua in testa e comincia a dare la misura della classe di questo autore e di quella capacità che hanno pochi eletti di poter dare un’impronta personale a tutto ciò che scrivono. Ma per rispondere a ogni critica basta analizzare Born and raised e capire dove Mayer ci ha portato con il suo discorso e la sua evoluzione personale.

Ci eravamo lasciati al 2009, quando era uscito Battle studies, album dalle sfumature molto pop che aveva scontentato un po’ tutti per i toni molto soft. Al di là delle critiche al precedente album è innegabile che John si sia preso tutto il suo tempo per regalarci il nuovo lavoro il 22 maggio 2012.
Born and raised ha avuto una gestazione travagliatissima, visto che Mayer ha dovuto combattere un granuloma alla gola per cui è stato operato e che gli ha procurato non pochi grattacapi. 

Il nuovo album prevede collaborazioni di grande spessore: prodotto da Don Was (che ha collaborato tra gli altri con Iggy Pop, con Bob Dylan, Elton John, Amos Lee e mille altri e in più da gennaio 2012 è presidente dell’etichetta jazz Blue Note), con Chuck Leavell (tastiere), Greg Leisz (Pedal steel), Chris Botti (tromba) e, udite udite, David Crosby e Graham Nash ai cori nella title-track. Parliamo dunque di un pieno di mostri sacri, di un insieme di grandissima classe.
C’è da dire però che tutto l’album è interamene composto da John Mayer e che in genere, quando la squadra ha tutto questo potenziale e questa esperienza, si è più portati a strafare e di conseguenza più esposti a un flop che sarebbe meno perdonabile vista la caratura dei personaggi in ballo.
Ma iniziamo a parlare di musica vera e propria.

Una considerazione va subito fatta: Born and raised non è un CD da un ascolto. Appena messo e lasciati andare i 46 minuti di questo album, sembra di sentire una serie di canzonette che scorrono via senza lasciare niente. Ma dopo averlo riascoltato già la seconda volta si inizia ad apprezzare una capacità di scrittura e degli arrangiamenti perfetti che fanno diventare orecchiabile qualcosa di ben elaborato e immediato (questa è prerogativa di chi "sente" lo strumento e lo padroneggia con estrema sicurezza).

Il prodotto è confezionato bene, gli arrangiamenti sono tutti azzeccatissimi e alla base comunque riconosciamo la grande sostanza e la grande bravura della scrittura di Mayer e della sua chitarra (e dell’armonica in qualche caso). È consigliato prestare orecchio una seconda volta ad ogni canzone, a ogni intro e al dispiegarsi della melodia, si inizierà ad apprezzare che classe e raffinatezza sono prerogativa di questo album che può essere ascoltato a più livelli e che però ha bisogno di attenzione per metabolizzarne le sfumature.

Innanzitutto diciamo che Mayer è cambiato. Per l’ennesima volta Mayer prende una sua personalissima strada che ci spiazza.
Lo troviamo qui che si avvicina al folk dei cantautori californiani e americani in generale, siamo spiazzati ma in sottofondo c’è quel rassicurante lavoro chitarristico che ci fa sentire sempre a casa, ci rende consapevoli di aver a che fare con un artista che si evolve senza aver paura di scontentare vecchi e nuovi fan, vista la sua consapevolezza.

Altro aspetto che si nota è la differente impostazione delle tematiche trattate e dei testi: Mayer è cresciuto, è colpito, è amareggiato, disilluso, non è più il giovane che cantava d’amore in maniera frivola o che diceva “Who says I can’t get stoned?” o “Your body is a wonderland”.
Quei testi appartengono a un passato in cui il nostro aveva l’aria strafottente da "io suono da dio e ho in mano il mondo" e a una visione del mondo adolescenziale e meno interessante.
I testi del nuovo album invece sono diversi, un Mayer con i piedi per terra, un Mayer che sentiamo più vicino, che riversa più vissuto nelle parole, che è più disilluso e più realista, più pragmatico, insomma un Mayer che per quanto riguarda la parte dei testi ha fatto un enorme balzo in avanti.
Il potere del nostro è di parlare con parole molto semplici di sentimenti abbastanza profondi (vi capiterà di dire "non avrei saputo esprimerlo meglio" riguardo a ogni canzone nell’album).


Già da "Queen of California" subito ci viene messo davanti il nuovo corso.
Accordi semplici, dal sapore country e riferimenti testuali a Joni Mitchell e Neil Young danno l’idea di dove Mayer vuole andare a parare durante il CD.
Subito dopo infatti arriva la pomposità e l’arrangiamento più orchestrale di "Age of worry" con apertura di chitarra suonata in fingerstyle per poi aggiungere archi e il resto degli strumenti: la canzone è forse un momento musicalmente debole dell’album e strizza un po’ l’occhio a quell’indie-folk alla Mumford & Sons che tanto successo ha avuto.
Iniziano però ad arrivare i momenti più seri dell’album con "Shadow days", con un’intro che scorre, una ritmica come ci ha abituato il nostro John (e iniziamo a sentirci musicalmente a casa, con lo stile che tanto apprezziamo).
Quello che colpisce è che qui i testi iniziano a farsi interessanti: sentiamo una persona lontanissima dal vecchio Mayer spavaldo e seduttore, è quasi un lato più amaro e più stanco e disilluso anche quando nel finale molto bello della canzone sussurra il ritornello su un assolo di chitarra rarefatto in sottofondo aiutato da un ottimo lavoro di tastiere.
Il tempo di abituarci al nuovo suono ed ecco che spunta una di quelle canzoni da "è tornato il vecchio Mayer": "Speak for me" è un pezzo acustico in cui Mayer conferma il tocco e la classe anche quando non ha in mano l’elettrica. Il suo modo di suonare che fa risaltare bassi e melodia la rende un pezzo di sicuro coinvolgimento nei concerti, già da immaginare con la tecnica che usa per "Neon" e il suo slap thumb.
Continua anche qui la vena malinconica di Mayer e anche un po' polemica ("and the music on the radio ain’t supposed to make me feel alone").
Ora, rimpiangete il vecchio Mayer blues? Niente paura, subito arriva "Something like Olivia" che ci ridà indietro i tempi passati.
E la voce di Mayer, un po’ più roca, rende ancora meglio su queste canzoni. Il testo non è in linea con la bellezza degli altri, ma la parte musicale lo rende uno degli episodi migliori dell’album, ripeto: c’è un tocco e una classe particolare, una plettrata tagliente da Vaughan per le masse che fa pensare ancora a tantissime potenzialità non espresse.
E ora il momento del lavoro migliore del CD: "Born and raised", canzone dalla vena malinconica, a partire dall’armonica che sospende per un attimo il tempo del CD e ci tira fuori dai minuti che scorrono, poi la ritmica con i frequenti hammer-on e pull-off che danno un sapore ancora più country. Sembra di essere persi nelle lande americane camminando senza meta (anche i cori della canzone aiutano in quest’effetto). Nelle parole qui Mayer ricorda il Johnny Cash (forse sto esagerando) più disilluso, con la sua amarezza che si fa forte ("It gets hard to fake what I won’t be", "I still have dreams, they’re not the same, they don’t fly as high as they used to").
Segue "If I ever get around living", dal sapore un po' nostalgico con un assolo finale proiettato già alla canzone successiva, "Love is a verb": il grande momento dell’album.
"Love is a verb" è bellissima, è il Mayer di "Slow dancing in a burning room", il Mayer che si riconosce al volo con il suo modo di suonare, accompagnato da una sapiente lavoro di tastiere, chitarra stoppata e legati che fanno riacquistare fluidità, gli assoli a volte solo abbozzati, quasi notturni, pentatoniche usate come dai grandi maestri del blues e però meno invasive come si conviene al tono del CD.
Il testo è ancora amaro e triste (qui la frase forse migliore del CD "You can’t get through love/On just a pile of IOUs") ma è la canzone per chi voleva il vecchio Mayer.
Ora arriva l’episodio di un Mayer che strizza l’occhio a Bob Dylan e ai cantautori: "Walt Grace’s submarine test, January 1967".
Introduzione di Chris Botti e della sua tromba, poi la chitarra che, con arpeggio da menestrello, è il sottofondo ideale di questa storia in musica, un altro momento bellissimo del CD.
La storia dell’inventore che ha un’idea folle ed è deriso dal resto della comunità è una bella allegoria, sottolineata sempre dai cori e dal ritornello che ha un’apertura melodica quasi di rilassamento, mentre nei versi continua l’arpeggio che va di pari passo con il testo incalzante della canzone: un pezzo veramente ottimo.
Ma non è tutto: rimaniamo spiazzati anche dal pezzo migliore dopo "Born and Raised": c’è "Whiskey, whiskey, whiskey", che parte con l’armonica e con una musica che va quasi "a sottrazione", lentamente la chitarra durante la canzone inizia a entrare prepotente, fino al pezzo finale in cui, distorta, ci regala la perfetta conclusione della canzone, mentre per le parole siamo ancora a un John Mayer che è adulto e molto critico verso se stesso, si continua a sentire una ferita in sottofondo: canzone bellissima.
Nella seguente "A face to call home" troviamo il naturale prosieguo di "Born and raised" e di "Shadow days": la canzone è però più rilassata e aiutata come al solito da un ottimo lavoro di chitarra elettrica, mentre a degna conclusione c’è “Born and raised: reprise”, che è un grande omaggio alla musica country, con i toni e i cori da prateria americana: una chicca e un regalo a fine CD.

In conclusione, questo CD di Mayer fa apprezzare capacità di scrittura e composizione di uno dei più talentuosi chitarristi e autori che ci siano in giro, degno erede dei grandi del passato, e qui Mayer ricorda tantissimo il George Harrison solista.
So che divide molto la critica e che per certi versi spesso era criticabile qualche scelta di stile pop-canzonetta che non gli si addiceva.
Il nuovo corso e il nuovo album hanno però dato una svolta grande, già a partire dai testi: un John Mayer ferito e cresciuto, più riflessivo e meno  da bambine urlanti sotto il palco.
La grande critica che gli si può muovere è l’eccessivo uso del mid-tempo in tutto l’album (in tutte le canzoni, c’è questa voglia di ballata che magari potrebbe stancare, ma non succede e bisogna dargliene atto) e la mancanza di qualche scelta coraggiosa in più, visto il talento ci piacerebbe sempre sentirlo osare anche strumentalmente qualcosa di più sorprendente (e sicuramente di idee ce ne sono, viste le sue capacità).
Dopo il secondo e terzo ascolto, dopo aver prestato orecchio attentamente, si può dire che questo è uno degli album migliori dell’anno nel suo genere e per gli amanti di un po’ di chitarra old style.
Ben tornato John, aspettavamo la tua rinascita.


Tutti i commenti

  • Ottima recensione e bell'album...anche se ...
    di siggy - accordiano #287 | 14 giugno 2012 @ 17:53
  • Mayer è l'alex britti americano, ...
    di Ghirmo - accordiano #11530 | 14 giugno 2012 @ 18:24
    • Hai ragione per quanto riguarda ...
      di giordy01 - accordiano #22922 | 14 giugno 2012 @ 20:50
    • Ghirmo sei piuttosto duro con ...
      di enrico73 - accordiano #22985 | 15 giugno 2012 @ 08:29
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      Sostieni greenpeace, ne va del nostro futuro.
      • Enrico, sono d'accordo su ogni ...
        di giordy01 - accordiano #22922 | 15 giugno 2012 @ 09:27
      • Mi dispiace ma non hai ...
        di Ghirmo - accordiano #11530 | 16 giugno 2012 @ 13:10
  • Il vecchio John Mayer manca ...
    di BlackBlondie - accordiano #11316 | 14 giugno 2012 @ 23:29
    --
    Blackblondie
  • già scritto a riguardo
    di bluesmanpie - accordiano #9398 | 15 giugno 2012 @ 10:11
    • In linea di massima le ...
      di giordy01 - accordiano #22922 | 15 giugno 2012 @ 11:46
      • in mezzo al deserto attuale ...
        di bluesmanpie - accordiano #9398 | 15 giugno 2012 @ 11:59
  • Complimenti
    di davo - accordiano #31664 | 15 giugno 2012 @ 10:52
    • Grazie tante innanzitutto per i ...
      di giordy01 - accordiano #22922 | 15 giugno 2012 @ 11:51
    • ??
      di Joe Ruspante - accordiano #35104 | 16 luglio 2012 @ 15:05
      • La "tecnica non proprio comune" ...
        di davo - accordiano #31664 | 17 luglio 2012 @ 11:34 | modificato: 17 luglio 2012 @ 11:35
        • allora è proprio vero che ...
          di Joe Ruspante - accordiano #35104 | 17 luglio 2012 @ 11:54
  • Bellissima recensione. Lascio un mio ...
    di francescoRELIVE - accordiano #13581 | 15 giugno 2012 @ 11:49
    --
    reliveband.com
    robbiekids.com
    • Grazie mille Francesco, a mio ...
      di giordy01 - accordiano #22922 | 15 giugno 2012 @ 18:26
    • ?
      di SimoSilenzio - accordiano #32036 | 15 giugno 2012 @ 20:26
  • complimenti per la recensione, ma ...
    di Toby - accordiano #27677 | 15 giugno 2012 @ 20:49

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