Intervista: Eric Johnson e la tecnologia

di Burats - accordiano DOC #16167 | 06 agosto 2012 @ 08:00

Nella hall di un hotel, davanti a una tazza di te fumante, nonostante i quasi quaranta gradi dell’afa legnanese abbiamo fatto qualche domanda un po’ particolare a Eric Johnson, spaziando dal nuovo album alla sua strumentazione, passando per la sua carriera. Avevamo già parlato in lungo e in largo del tour italiano e della sua strumentazione nelle scorse interviste, ma volevamo andare ancora più a fondo, scoprire qualche altro lato di questo chitarrista mitico, quasi mistico, che per la prima volta posava i piedi sul suolo italico, creando la stessa fibrillazione che scatenò Neil Armstrong nel ’69.

Denis Buratto: Hai già archiviato le prime due tappe del tour. Come sono andate?
Eric Johnson: il primo show è stato fenomenale. Abbiamo suonato in un teatro stupendo! Il secondo show invece da Essemusic, davvero divertente. Un negozio enorme. Peccato solo che abbiamo avuto qualche inconveniente tecnico, ma alla fine l’abbiamo risolto senza problemi. Spero che questa sera (a Legnano) vada tutto bene. Speriamo sia l’unico problema di questo tour. Gli inconvenienti a volte succedono, ma non ci spaventiamo.

DB: Siamo rimasti molto impressionati perché per il tour ti sei fatto spedire l’intero gear dal Texas!
EJ: Sì, alla fine ho dovuto far spedire tutto perché ho provato a cercare in Europa qualcuno che avesse vecchi Fender e vecchi Marshall per il tour, ma non ho trovato nessuno.

DB: Con tutti i pericoli della posta aerea!
EJ: Certo è stato difficile far imballare e spedire tutto. Sono tutti oggetti delicati e abbastanza pesanti, non è stato per niente facile. Inoltre di questi tempi si è molto più sospettosi rispetto a dieci anni fa, non si sa mai cosa possa succedere.

DB: Ti è mai passato per la testa di usare un Kemper o un Fractal? Basta un rack e via...
EJ: Sono davvero interessanti, perché quando sei in studio e suoni per conto tuo hanno dei suoni fantastici. Quando li intergri all’interno di una band però secondo me tendono a sparire e a perdere lo spirito che hanno per esempio i miei Marshall. Adoro l’idea che sta dietro a queste macchine, ho anche usato un Fractal per alcune tracce sul mio ultimo album, ma solo come overdub. Io non posso creare il mio sound partendo da questi macchinari.

DB: Quindi in studio può andare bene, ma in una band no.
EJ: Esatto. Secondo me il suono degli amplificatori veri è più organico. Quando suoni con la band hai bisogno di quella spinta che secondo me un Fractal non può dare. Anche nell’overdub, pure essendo molto comodo, è sempre una copia digitale di un suono e in fondo si perde un po’ di spirito umano.

DB: Magari col tempo nasceranno tecnologie in grado di soddisfarti.
EJ: Questo è ovvio, ogni anno la tecnologia fa passi da gigante e io non ho precontetti di nessun tipo. Mi rimangerò quello che ho detto probabilmete. “Io ho detto questo? Non è vero, adoro il Fractal!” (ride). Nell’ultimo Hendrix Tribute Tour ero con Dweezil Zappa (intervistato su Accordo a questo indirizzo, ndr), che fa un largo uso di Fractal. Può tirare fuori davvero ogni suono possibile. Adoro il suono di viola che riesce a ottenere, è incredibile!

DB: Un suono che ovvimaente da un Fender Twin non puoi certo ottenere.
EJ: Eh no, però sarebbe fantastico!

DB: Ti abbiamo visto al collo fantastiche Stratocaster e Gibson d’annata, ma non sei mai rimasto affascinato dalle performanti Suhr, Tom Anderson e Schecter?
EJ: So che sono chitarre stupende e le ho suonate diverse volte. In realtà le vedo sempre come altre versioni della mia Stratocaster. Alla fine torno sempre sui miei passi e alla mia vecchia Fender. Preferisco piuttosto cambiare i pickup.


DB: Hai una particolare routine per esercitarti?
EJ: Di solito mi siedo con la mia chitarra e cerco di suonare il più possibile divertendomi e cercando di esplorare territori nuovi ogni volta. Preferisco assorbire la tecnica indirettamente, tramite il divertimento perché mi annoio in fretta. Mi piacerebbe avere più costanza e mettermi a praticare scale per ore, ma non ce la faccio proprio. Probabilmente sarei stato un chitarrista migliore se mi fossi ammazzato di tecnica (ride)

DB: Effettivamente è difficile mantenere la concentrazione quando si studiano esercizi prettamente tecnici.
EJ: Sì, esatto. Allo stesso tempo però mentre suono cerco di spingere la mia tecnica in modo da migliorarmi.

DB: Ma per esercitarsi quindi è meglio il pulito o il distorto?
EJ: Penso entrambi. Ogni stile ha bisogno di un suo suono e per esercitarsi bisogna trovare quello giusto. A volte si usa un suono che ci sembra brutto, ma inserito in una canzone diventa spettacolare. Altre volte uno registra con il suono perfetto, ma riascoltando il nastro si scopre che è uno schifo e bisogna ricominciare da capo. Bisogna sempre lavorare con la mente aperta. Personalmente mi piace suonare con il pulito. Cercare il più possibile di avere un suono cristallino. Sono cresciuto con la musica classica e quando sento un pianoforte vorrei ricreare la stessa purezza sulla chitarra. Questo è il sentiero che seguo. Ovviamente ognuno ha il suo e tutti sono validi. Certo dopo avere costruito e lavorato sul suono pulito passare al distorto è indispensabile. Bisogna imparare a stoppare tutte le corde che risuonano, altrimenti esce un'accozzaglia di suoni inimmaginabile. Quando diventi un ottimo chitarrista pulito quando passi al distorto è come cavalcare un cavallo selvaggio. Provi a usare la stessa tecnica che usavi col pulito, ma è terribile.

DB: Hai un vastissimo vocabolario di accordi, perfetta sintesi di due stili diversi: il jazz e il pop. Se d’accordo?
EJ: Sì, è vero, anche se non sono un grande jazzista. Mi piace davvero lo stile, ma non ho mai voluto diventare un jazz player. Come linguaggio però mi è sempre interessato e l’ho studiato a fondo.

DB: Ci sono alcuni jazzisti da cui hai preso ispirazione?
EJ: Certo! Ted Green, West Montgomery, Les Paul, Allan Holdsworth che crea accordi pazzeschi della serie “Ragazzi prestatemi un’altra mano che non mi bastano le dita!”

DB: Quanto spazio lasci all’improvvisazione sul palco?
EJ: Tantissimo! Per quello che alcune serate suono da dio altre volte no! (ride). Certo, ogni canzone ha le sue sezioni che solitamente rispetto, per il resto è improvvisazione.
DB: Stai lavorando su qualcosa di nuovo?
EJ: Sì, sto lavorando un sacco. Ogni volta parto con un enorme punto di domanda e mi chiedo dove posso andare con la chitarra elettrica. L’ho fatto per cinquant’anni ma penso di poter ancora dare molto. Penso che ci voglia del coraggio per andare su sentieri nuovi, per lasciare una vecchia strada a favore di una nuova. Molto più facile restare adagiati nello stile che più ci piace e ci fa stare tranquilli. Vent’anni fa se suonavi mille note al secondo tutti si giravano a guardarti. Ora non è più così, ogni casa più o meno ha una chitarra e un chitarrista e ci sono tantissimi ragazzi con una tecnica esagerata, ma non sempre percorrono strade nuove.

DB: Ora siamo davvero curiosi di sentire il tuo nuovo album!
EJ: Probabimente ci vorrà un bel po’, perché ogni volta che suono mi piacerebbe distruggere il mio setup e ricominciare da capo, costruirne uno nuovo, ma non so ancora cosa usare! Penso sia fondamentale continuare a rinnovarsi completamente, senza ritegno e senza remore. Mi piace stupire il pubblico con cose nuove!

DB: Penso che ogni chitarrista passi almeno una volta da questa fase.
EJ: Sicuro, e penso sia un passaggio fondamentale. Ho usato le stesse cose per tantissimo tempo, fa sempre bene cambiare in fondo!


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