Le coordinate restano quelle note di un alternative rock con l'aggiunta del giusto pizzico di soul e R&B, con Petra Haden, l’ex batterista Patrick Keeler e Bo Koster dei My Morning Jacket fra gli ospiti. Non occorre aspettarsi una rivoluzione, ma neppure una visita guidata al museo degli Afghan Whigs, Dulli sembra aver raggiunto una certa pace interiore, fortunatamente non abbastanza da renderla contagiosa.
I Weezer affrontano il trascorrere del tempo in maniera più pratica: pubblicano un altro album omonimo e gli assegnano un colore. Dopo blu, verde, rosso, bianco, nero e varie altre incursioni nel catalogo Pantone, arriva l’oro. Il metodo ha due vantaggi: evita lunghe riunioni per scegliere il titolo e permette ai fan di ordinare la discografia senza leggere. Resta da capire se Weezer, noto come “Gold Album”, indichi prestigio, maturità oppure il definitivo esaurimento delle tinte primarie. Per i chitarristi in cerca di un motivo: il suono del nuovo Weezer merita più di un ascolto. Robyn Hitchcock, intanto, pubblica The Confuser, il cui titolo è quasi una dichiarazione di servizio: power pop, immagini surreali e melodie apparentemente educate continuano a fare ciò che fanno da decenni, cioè comportarsi bene soltanto fino a quando non incontrano i testi che le popolano.
Finn Wolfhard passa dal quattro piste casalingo di Happy Birthday alle 24 piste analogiche di Fire From The Hip. Il secondo album solista della star di Stranger Things attraversa indie rock, garage, folk, country e qualche elemento elettronico. Più che dimostrare una raggiunta identità, registra il momento nel quale Wolfhard sta ancora scegliendo quale musicista diventare. Ed è proprio questa la ragione per ascoltarlo: le influenze si sentono, ma almeno vengono usate per scrivere canzoni, non soltanto per compilare una playlist vintage.
Brandon Flowers compie un’operazione simile su scala più adulta. THRASHER, primo album solista in oltre dieci anni, torna alla sua infanzia nello Utah con l’aiuto di musicisti di Nashville; e se l’Americana sta ormai diventando il luogo nel quale i rocker si trasferiscono quando desiderano parlare delle proprie origini senza dover necessariamente indossare una camicia di flanella, Flowers, almeno, ha materiale biografico sufficiente per non ridurre tutto a un cambio di guardaroba.
Con Celestial, i brasiliani Papangu recuperano strumentazione analogica, progressive di stampo classico, psichedelia e pesantezza emotiva, incorporando nella formula elementi della tradizione musicale brasiliana... In altre parole, fanno musica vecchia scuola senza comportarsi come se il 1973 fosse stato proclamato patrimonio intoccabile dell’umanità. Celestial è un lavoro costruito come "opera completa", che richiede un ascolto vecchio stampo, dalla prima traccia fino all'ultima. Con buona pace della riproduzione casuale e di chi decide la qualità di un album entro il secondo ritornello. Celestial richiede tempo, attenzione e una certa tolleranza per l’ambizione: tre risorse che l’industria musicale contemporanea considera evidentemente beni di lusso.
I King Gizzard & the Lizard Wizard scelgono invece l’apocalisse tecnologica di Alien Metal. Nonostante il titolo, l’album si sposta con decisione verso l’elettronica, del resto, pretendere coerenza nominale dai King Gizzard è come chiedere una scaletta stabile a una radio pirata. Il gruppo australiano continua a cambiare linguaggio prima che pubblico e algoritmi riescano a catalogarlo: strategia discutibile sul piano industriale, piuttosto salutare su quello artistico.
I Kiwi Jr. rendono più abrasivo il proprio jangle pop in Blowin’ Up, registrato a Detroit con Graham Walsh degli Holy Fuck, l’album coinvolge Joe Casey e Greg Ahee dei Protomartyr e Kerri MacLellan degli Alvvays. La novità non consiste nel fingere che il gruppo abbia scoperto la rabbia, ma nel lasciare che frustrazione, feedback e una sezione ritmica più pressante disturbino la consueta brillantezza indie.
Sam Cook-Parrott sceglie l’estremo opposto con Distorting Time dei Radiator Hospital. Registra da solo su quattro piste a cassetta, lasciando che fruscio, saturazione e drum machine restino perfettamente udibili. Non è sciatteria mascherata da autenticità: il suono lo-fi è parte della scrittura e accompagna storie che vanno dall’invecchiamento alla presa di coscienza politica, fino al fuorilegge Big Nose George Parrott, antenato dell’autore e protagonista di una vicenda tanto macabra da far sembrare sobrio un ipotetico concept album dei Cannibal Corpse. Laura Veirs realizza Temple Songs in uno studio costruito in giardino, occupandosi quasi interamente di scrittura, registrazione e produzione. Il risultato cerca un po’ di ordine nel caos senza trasformarsi in un manuale motivazionale; gli Hovvdy fanno qualcosa di affine con Big World: accorciano le distanze rispetto al precedente doppio album e affrontano maturità, perdono e cambiamento con la calma di chi ha smesso di considerare ogni esitazione una crisi epocale.
Le Womack Sisters devono convivere con un cognome che rimanda a Cecil Womack, Bobby Womack e Sam Cooke. Il loro album omonimo, pubblicato da Daptone, non prova a eludere l’eredità e recupera il soul degli anni ’60, lo aggiorna e lascia alle armonie vocali il compito di dimostrare che la tradizione può ancora produrre qualcosa di vivo. Un'operazione nostalgica affrontata con il più alto livello di qualità a disposizione.
Chiude la selezione Whatchu Bringing? dei Dinner Party, ovvero Robert Glasper, Terrace Martin, Kamasi Washington e 9th Wonder. Il terzo album del collettivo intreccia jazz, soul, R&B e hip hop con arrangiamenti costruiti attorno ai beat e all'interplay di una lineup stellare.
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